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mercoledì 16 Settembre 2026

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Scioperi in Sardegna: i medici di famiglia protestano per le Case di Comunità

Medici di famiglia in Sardegna scioperano per la gestione delle Case di Comunità, critiche al sistema sanitario e alle nuove strutture.

La Sardegna ha visto i medici di famiglia scioperare per due giorni, il 15 e 16 settembre 2026, in protesta per l’introduzione delle Case di Comunità, nuove strutture sanitarie previste dal Pnrr. La protesta, organizzata dal Sindacato medici italiani (Smi), ha visto la partecipazione di medici convenzionati in tutta l’isola, con adesione totale in alcuni distretti. La motivazione del sindacato è legata al rischio di vuotamento degli studi di base, a causa dell’obbligo di dedicare ore settimanali alle Case di Comunità, a scapito dell’assistenza territoriale tradizionale.

Le Case di Comunità: un modello ambizioso ma criticato

Le Case di Comunità sono strutture sanitarie previste dalla Missione 6 del Pnrr, pensate come punto di riferimento unico per l’assistenza di base. Al loro interno dovrebbero convivere medici di famiglia, infermieri, specialisti e servizi sociosanitari, con l’obiettivo di avvicinare le cure ai cittadini e alleggerire i pronto soccorso. Tuttavia, il sindacato Smi non contesta l’esistenza di queste strutture, ma critica il loro funzionamento. Secondo il segretario regionale dello Smi, Luciano Congiu, il problema non è la struttura in sé, ma il modo in cui si intende farla funzionare, spostando l’attività dei medici di base in questi nuovi spazi, a scapito degli ambulatori locali già in difficoltà.

La Sardegna si colloca tra le regioni più avanzate d’Italia per la realizzazione delle Case di Comunità. A metà giugno, il conteggio aggiornato indicava 64 Case di Comunità e 18 Ospedali di Comunità operativi, un dato che la colloca al primo posto nazionale. Tuttavia, il problema non è la mancanza di strutture, ma la scarsità di personale. Il sindacato avverte che senza nuove assunzioni e risorse, le strutture rischiano di restare gusci vuoti, a causa dello spostamento forzato delle ore di lavoro dei medici di famiglia.

Un conflitto tra obbligo e volontarietà

Lo sciopero è arrivato dopo che le procedure di raffreddamento e conciliazione tentate al ministero del Lavoro si sono chiuse senza risultati. La segreteria nazionale del sindacato, guidata da Pina Onotri, ha confermato la protesta, spinta da un senso di urgenza. Il sindacato chiede che le ore dedicate alle Case di Comunità diventino un impegno su base volontaria, accompagnato da nuove assunzioni, e non un debito orario coatto. Non è uno sciopero unanime: la Fimmg, il sindacato più rappresentativo della categoria, non ha aderito, e questo significa che la situazione varia da studio a studio e da territorio a territorio. Durante le due giornate di protesta, sono state garantite le prestazioni indispensabili, come le visite domiciliari urgenti per i pazienti gravi e non trasportabili, l’assistenza domiciliare integrata e il supporto ai malati terminali.

La domanda che si pone è: servono davvero ancora i medici di famiglia, se entrano in vigore le Case di Comunità?

Il paradosso sardo è che, pur avendo una delle più alte percentuali di strutture realizzate, la regione non ha il personale necessario per farle funzionare. Il sindacato sostiene che, se l’obiettivo è davvero rafforzare l’assistenza territoriale, servono nuovi medici e nuove risorse, non lo spostamento forzato di chi già oggi garantisce le cure quotidiane nei paesi e nei quartieri.

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