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L’odissea degli ex ostaggi di Hamas e l’impatto del 7 ottobre sulle elezioni israeliane

Il 7 ottobre 2023 ha segnato un trauma nazionale in Israele, con 251 persone sequestrate da Hamas. Gli ex ostaggi ora si candidano, mentre le polemiche e le inchieste si fanno sentire.

Il 7 ottobre 2023 ha segnato un momento drammatico nella storia recente di Israele, con l’attacco di Hamas che ha portato alla sequestro di 251 persone e al saccheggio di centinaia di civili. Dopo quasi un anno, la liberazione degli ultimi ostaggi vivi ha posto fine a un’esperienza traumatica che ha segnato non solo le vite dei protagonisti, ma anche la società israeliana nel suo insieme. Ora, alcuni ex ostaggi si candidano alle elezioni del 27 ottobre, un evento che si svolge in un contesto di tensioni politiche e di domande non risolte sulle responsabilità per l’attacco.

La liberazione e la testimonianza

Dopo poco più di un anno, l’incubo degli ostaggi si è concluso con la liberazione degli ultimi 20 vivi, mentre il corpo del 24enne Ran Gvili è tornato in Israele solo lo scorso gennaio. La fine di questa odissea ha lasciato cicatrici profonde, non solo nei corpi dei sopravvissuti, ma anche nelle loro famiglie e nella società. Molti ex ostaggi, come Eli Sharabi e Maxim Herkin, hanno scritto libri o diari segreti per raccontare la loro esperienza, cercando di trovare un senso e una via d’uscita dalla sofferenza. La testimonianza di alcuni ex ostaggi ha anche portato a dibattiti pubblici. La 43enne Hagar Brodutch ha raccontato le difficoltà quotidiane che ancora attraversa, mentre la ex ostaggio Ilana Gritzewsky ha denunciato pubblicamente le molestie subite durante la prigionia. “Non ci sono prove? Io sono la prova”, ha affermato dopo essere stata liberata con ferite gravi.

Le polemiche e le inchieste

Le rivelazioni di due giornalisti di Haaretz, Shlomi Eldar e Ruth Yuval, hanno acceso nuove polemiche. Secondo loro, il premier Benjamin Netanyahu fu avvertito personalmente dal presidente emiratino Mohammed bin Zayed circa 10 giorni prima dell’attacco, ma non informò i vertici della sicurezza israeliana. Anzi, durante la telefonata, Netanyahu assicurò che il Paese era pronto a qualsiasi scenario, convinto che l’attacco sarebbe arrivato da Cisgiordania e non da Gaza. Netanyahu ha smentito categoricamente queste affermazioni, affermando che “nessun funzionario dell’intelligence israeliana ha trasmesso un simile avvertimento al primo ministro” e che “le falsità ripetute non diventano verità”. Tuttavia, altre fonti, come il New York Times e il Wall Street Journal, hanno riferito che l’Egitto aveva avvertito Israele almeno tre volte prima del 7 ottobre. Queste rivelazioni hanno alimentato le contestazioni pubbliche, con un uomo che si è alzato in piedi durante una cerimonia e ha urlato al premier: “Non hai protetto mio figlio il 7 ottobre. Vergogna!”

La questione dell’avvertimento non recepito è diventata un tema centrale delle elezioni, con i leader anti-Netanyahu che chiedono un’inchiesta statale. Netanyahu, però, si trincera dietro la necessità di rinviare una simile valutazione a quando la guerra sarà finita, preferendo un’inchiesta politica per evitare conclusioni a suo dire “predeterminate”. Il trauma del 7 ottobre ha lasciato un’impronta profonda anche sulla vita politica israeliana. Le elezioni del 27 ottobre sono viste come un referendum contro la leadership di Benjamin Netanyahu, che ha guidato il Paese durante l’attacco e la sua conseguente crisi. Tra i candidati, almeno nove hanno perso una persona cara, uccisa o presa in ostaggio, o si sono distinti combattendo contro Hamas quel giorno.

La candidatura di Talik Gvili, madre del poliziotto Ran Gvili, rappresenta un simbolo del dolore e della lotta per la giustizia. La sua posizione nella lista dei candidati del Likud ha reso la sua vittoria quasi certa, ma il suo impegno è visto come un richiamo per la memoria del figlio. Allo stesso tempo, il generale Noam Tibon, che ha salvato la famiglia del giornalista Amir Tibon, si presenta come candidato per il partito centrista di Naftali Bennett e Yair Lapid.

La questione dell’avvertimento non recepito è diventata un tema centrale delle elezioni, con i leader anti-Netanyahu che chiedono un’inchiesta statale. Netanyahu, però, si trincera dietro la necessità di rinviare una simile valutazione a quando la guerra sarà finita, preferendo un’inchiesta politica per evitare conclusioni a suo dire “predeterminate”. La questione dell’avvertimento non recepito è diventata un tema centrale delle elezioni, con i leader anti-Netanyahu che chiedono un’inchiesta statale. Netanyahu, però, si trincera dietro la necessità di rinviare una simile valutazione a quando la guerra sarà finita, preferendo un’inchiesta politica per evitare conclusioni a suo dire “predeterminate”.

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