La sorella della 20enne uccisa nel 1990, Simonetta Cesaroni, torna a parlare del delitto di via Poma, 36 anni dopo il ritrovamento del corpo. Paola Cesaroni, in un’intervista alla vigilia dell’uscita del libro In nome della verità, ha rivelato dettagli inediti sull’omicidio che ha scosso Roma. «Quando entrammo in quell’ufficio c’era già qualcuno», ha detto, riferendosi a un uomo che avrebbe potuto essere l’assassino o chi aveva cercato di cancellare le tracce. L’episodio, avvenuto poco prima di mezzanotte, ha segnato l’inizio di un caso che, dopo decenni di indagini, non ha ancora trovato un colpevole.
Tracce di sangue e un sconosciuto nell’atrio
Paola Cesaroni ha raccontato che, dopo il ritrovamento del corpo, il compagno Antonello avrebbe visto tracce di sangue dietro la porta dell’ufficio. Queste tracce, secondo lei, non compaiono nelle fotografie scattate successivamente dalla Scientifica. «È un pensiero che ancora mi dà i brividi. L’ufficio era grande. Poteva nascondersi e, quando siamo scesi, finire di cancellare le tracce», ha spiegato. Inoltre, ha ricordato l’incontro con un giovane sconosciuto con gli occhiali e i capelli scuri, che si sarebbe avvicinato a lei nell’atrio del palazzo. «Pensai fosse un assistente sociale, ma in Questura mi dissero che non apparteneva alle forze dell’ordine», ha detto. Prima di allontanarsi, l’uomo le avrebbe detto: «Il peggio deve ancora venire».
Indagini e nuove analisi del Dna
Le indagini sul delitto di via Poma, che hanno seguito diverse piste, non hanno ancora portato a un arresto o a una condanna definitiva. «In oltre tre decenni le indagini hanno seguito piste diverse, ma nessuno è mai stato condannato in via definitiva per l’omicidio», ha sottolineato Paola Cesaroni. Gli investigatori stanno ora confrontando le tracce biologiche ritrovate con i profili genetici di 70 persone che all’epoca gravitavano attorno al palazzo di via Poma. «Restano 70 persone di cui abbiamo chiesto il Dna, da confrontare con quanto ritrovato oggi», ha aggiunto. La sorella di Simonetta continua a confidare nelle indagini: «Vedo l’impegno del procuratore Lo Voi e del pm Lia».
Il caso è tornato al centro di nuovi accertamenti. Nel dicembre 2024, la gip di Roma ha respinto una richiesta di archiviazione e disposto ulteriori verifiche, tra cui nuove analisi sulle tracce biologiche, l’esame del materiale fotografico e l’ascolto di persone mai sentite o da risentire. Tra i primi sospettati c’era il portiere Pietrino Vanacore, poi scagionato. Molti anni dopo, a processo finì anche Raniero Busco, l’ex fidanzato di Simonetta, condannato a 24 anni in primo grado nel 2011, ma assolto in appello nel 2012. La Cassazione ha reso definitiva l’assoluzione nel 2014.
Restano ancora irrisolti alcuni dei nodi centrali del caso: chi raggiunse Simonetta negli uffici, come riuscì a entrare e ad allontanarsi senza essere notato, la scomparsa dell’arma e delle chiavi, e la possibilità che qualcuno sia intervenuto sulla scena prima dell’arrivo della polizia. «A 36 anni dal delitto, continuo a chiedere che si riparta proprio da ciò che accadde dentro il palazzo di via Poma nelle ore tra l’omicidio della sorella e il ritrovamento del corpo», ha concluso Paola Cesaroni.
- Simonetta Cesaroni, 20 anni, trovata morta nel 1990 in un ufficio di Roma.
- La sorella Paola torna a parlare del caso dopo 36 anni.
- Le tracce di sangue e un uomo misterioso sono al centro delle nuove indagini.



