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L’appello di Amodei per rallentare l’AI non convince tutti, ma spinge a riflettere

Il 12 settembre 2026, Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, pubblica un saggio intitolato We Must Pace the Frontier, in cui chiede di rallentare la crescita delle capacità dei modelli di intelligenza artificiale. L’appello, che arriva a 52 milioni di visualizzazioni entro il 13 settembre, si inserisce in un contesto di tensioni e dibattiti internazionali, con aziende come OpenAI, Anthropic e Google DeepMind che si confrontano su come gestire il rischio della superintelligenza. La richiesta di rallentare non convince tutti, ma spinge a riflettere su un tema cruciale: la sicurezza dell’AI e il controllo del suo sviluppo.

Un appello che non convince tutti

Il saggio di Amodei, pur se ambizioso, non convince tutti. Mentre il senatore Bernie Sanders chiede una pausa e un bando per la superintelligenza, altri, come Jacob Coxon, ex ricercatore di Anthropic, hanno espresso preoccupazioni più radicali. Coxon, che ha lasciato l’azienda e ha rifiutato le azioni, ha sottolineato come le aziende stiano correndo verso una superintelligenza capace di migliorarsi da sola, mettendo a rischio la sicurezza globale. La sua posizione, però, non è condivisa da tutti. Mentre alcuni chiedono di fermare, altri, come Samuel Marks, hanno spiegato che la continuità dell’innovazione è necessaria per rimanere competitivi.

La paura come strumento di posizionamento

La paura dell’AI, come ha sottolineato un analista, è un bene comune del cartello di frontiera. Le aziende, pur condividendo le preoccupazioni, usano la paura per posizionarsi strategicamente. Il saggio di Amodei, pur se scritto da un gruppo di esperti, non è stato un evento spontaneo. Era già stato lanciato due mesi prima come lettera aperta firmata da 1.386 dipendenti dei laboratori di frontiera. Questo ha reso il coro del 12 settembre più sincero, ma anche meno spontaneo. La paura, in questo contesto, non è solo un sentimento, ma un strumento di comunicazione e di strategia.

Il saggio di Amodei propone un piano a tre gradini. Il primo, l’unico su cui l’azienda si impegna da sola, è l’adozione di valutatori esterni piazzati in casa. Il secondo è il coordinamento fra le aziende americane, per il quale chiede al governo una deroga antitrust ristretta alle conversazioni sulla sicurezza. Il terzo è un accordo con la Cina a quattro livelli, dal divieto sulle armi biologiche fino alla pausa completa, che lui stesso giudica improbabile. Il freno resta appeso a una condizione esplicita: restare davanti alla Cina.

La strategia di posizionamento e il controllo del mercato

La strategia di posizionamento, però, non è solo una questione di sicurezza. Le aziende, come ha sottolineato un esperto, usano la paura per mantenere il controllo del mercato. Il rallentamento, se non coordinato, potrebbe essere un vantaggio per chi è già in testa. La politica di Anthropic, ad esempio, ha visto un indebolimento del vincolo che poteva fermare un addestramento, ma la politica resta. Questo crea una forbice tra chi vuole rallentare e chi, per ragioni commerciali, preferisce accelerare.

Il dibattito sull’AI non è solo tecnico, ma anche politico. La paura, se usata male, può diventare un strumento di manipolazione. La domanda che si pone, però, è: chi ci guadagna a farvela credere? La risposta, come ha sottolineato un analista, è spesso chi ve l’ha raccontato. La paura, in questo senso, non è solo un sentimento, ma un meccanismo di controllo. La precauzione, invece, è una scelta consapevole, che permette di decidere quale pedale pigiare nella propria azienda.

Tommaso Galli

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