La guerra in Ucraina ha diviso il centrosinistra italiano, con il Pd e il Movimento 5 Stelle (M5S) che si trovano a fronteggiare posizioni diametralmente opposte. Elly Schlein, leader del Pd, sostiene il sostegno all’Ucraina e la pressione diplomatica per una pace giusta, con un ruolo più forte dell’Europa. Giuseppe Conte, invece, ha chiarito che il M5S non è disposto a sottoscrivere un programma che preveda la prosecuzione dell’invio di armi a Kiev. La questione non riguarda solo l’invio di armi, ma la collocazione internazionale dell’Italia e la possibilità di costruire una coalizione competitiva.
Piero Fassino, vicepresidente della Commissione Difesa, ha sottolineato che la ricerca della pace non deve essere confusa con la resa a Putin. La domanda cruciale, a suo giudizio, è su quali condizioni si possa arrivare a un accordo. Putin ha posto come condizione non negoziabile la cessione del Donbass, un tema che non può essere eluso. Schlein ha ribadito il sostegno a Kiev, ma anche la necessità di una svolta diplomatica e di un negoziatore europeo. Fassino ha avvertito che la pace non può essere semplicemente assenza di guerra, ma deve garantire la sicurezza futura dell’Ucraina e dell’Europa.
La pace non può essere fondata sulla umiliazione di chi è stato aggredito. Fassino ha sottolineato che se si sospendono gli aiuti senza affrontare questo nodo, il rischio è semplicemente quello di agevolare l’aggressione di Putin, che negli ultimi due mesi ha conosciuto una continua feroce escalation. La questione non è solo se inviare o non inviare armi, ma come fermare una guerra iniziata con l’aggressione russa all’Ucraina.
Una coalizione di governo deve avere una posizione riconoscibile e affidabile sui grandi dossier internazionali. Non si può pensare che su politica estera, sicurezza e difesa ognuno mantenga una propria linea. Prima o poi bisogna decidere quale posizione assumere. E questo vale tanto per l’Ucraina quanto per il rapporto con l’Europa e con la NATO. Fassino ha sottolineato che la politica estera non è un capitolo accessorio di un programma elettorale, ma un elemento che definisce l’identità di un Paese e il suo ruolo internazionale.
La politica estera non è un tema marginale. La questione della difesa europea è diventata centrale anche per le forze progressiste. Se gli Stati Uniti non sono più disponibili a sostenere la NATO come in passato, l’Europa deve assumersi una responsabilità maggiore. Non significa costruire un’Europa militarista, ma avere la capacità di difendere i propri cittadini, i propri interessi e i propri valori. La sinistra non può pensare che la sicurezza sia un tema lasciato alla destra. La sicurezza è una responsabilità dello Stato e, sempre di più, dell’Europa.
La politica estera italiana, in questo contesto, appare in bilico. Il governo Meloni, pur partecipando a iniziative come la Coalizione del Volenterosi, non sembra credere in un’Europa unita e forte. Questa oscillazione rischia di ridurre l’affidabilità internazionale dell’Italia. La credibilità di un Paese si costruisce nel tempo e può essere compromessa rapidamente. Alla fine, quindi, il vero banco di prova del campo largo sarà proprio la politica estera. Non basta mettere insieme forze che vogliono battere la destra. Bisogna sapere quale Italia si vuole governare e quale ruolo si vuole assegnarle nel mondo.
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