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mercoledì 16 Settembre 2026

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Lavitola cercava un sostituto per proseguire i suoi affari africani

Lavitola cercava un sostituto per proseguire i suoi affari africani, coinvolgendo un dirigente Onu e un imprenditore senegalese.

Lavitola, noto imprenditore italiano attivo nel settore dei carbon credit, aveva cercato un sostituto per proseguire i suoi affari africani, in caso di arresto. Secondo le indagini, l’ex editore de L’Avanti! aveva proposto a Hachim Badji, dirigente dell’ONU e fondatore di Nexus Carbon Lcc, di prendere in mano i progetti economici in Africa. L’idea era emersa durante un colloquio con Giovanni Bracale, banchiere di 76 anni con esperienze in Africa, America Latina e Asia Centrale. La proposta, però, non è mai stata accettata.

Un progetto in fase iniziale

Secondo Bracale, il progetto africano era ancora in una fase molto precoce. Erano stati sottoscritti alcuni memorandum con rappresentanti delle comunità locali, ma non si trattava ancora di contratti internazionali veri. Il compito di Badji sarebbe stato proprio di portare il progetto al livello successivo, fino a contratti con organismi internazionali come la Fao. Si sarebbe interessato dei rapporti con le organizzazioni internazionali, ha spiegato Bracale, aggiungendo che la Fao avrebbe manifestato interesse a condizione che Lavitola non fosse coinvolto.

Un’esperienza internazionale

Hachim Badji non è un nome casuale. È un professionista finlandese con una lunga esperienza nel sistema internazionale. Documenti dell’Organizzazione mondiale della sanità lo indicano come «Senior coordinator della Capacity for disaster reduction initiative», mentre altri documenti delle Nazioni Unite lo collocano nel loro circuito. Ha lavorato per oltre 20 anni con il Comitato internazionale della Croce rossa e la Federazione internazionale della Croce rossa e della Mezzaluna rossa. Attualmente si occupa di consulenze per la riduzione del rischio di disastri, ma ha fondato anche Nexus Carbon Lcc, azienda specializzata in carbon credit.

Bracale ha raccontato che Badji è venuto a Roma un paio di volte e che sarebbe andato a parlare con esponenti della Fao. Sul tavolo c’era l’utilizzo dei carbon credit come fonte di reddito per i Paesi africani, attraverso savane, mangrovie e foreste. Alcuni fondi sovrani avrebbero manifestato interesse per il progetto. Tuttavia, Lavitola non godeva di credibilità internazionale, nemmeno dopo l’intervista sul quotidiano africano The Standard rilasciata da Sigfrido Ranucci.

La pista africana si è intrecciata con quella dell’attentato a Ranucci. Secondo le indagini, Lavitola aveva chiesto a Bracale di prendere in mano i suoi affari in caso di arresto. La notizia della perquisizione sarebbe diventata pubblica soltanto il giorno successivo. Gli investigatori hanno acceso un faro sugli affari africani già prima di convocare Natalia Potenza, l’ex compagna di Lavitola. Ranucci, in una mail resa pubblica dal Tg1 il 3 settembre, aveva chiesto a Lavitola di inviargli i dati del «millantatore» per un’inchiesta. La reazione di Chimutengo, un altro socio, non è tardata: «Querelo».

La situazione è complessa e coinvolge una rete di relazioni e interessi internazionali. L’inchiesta continua a cercare di ricostruire i rapporti tra Lavitola, Badji, Bracale e altri personaggi chiave, cercando di comprendere come si siano sviluppati i progetti economici in Africa e quali potrebbero essere le implicazioni legali e finanziarie. La verità, però, resta ancora da svelare. La proposta di Lavitola non è nata dopo la perquisizione, ma durante colloqui precedenti. Bracale ha chiarito che la richiesta non era legata al rischio di arresto, ma a un interesse concreto per il mercato dei carbon credit. La mancanza di credibilità internazionale di Lavitola ha reso difficile il proseguimento dei progetti, anche se alcuni fondi sovrani avrebbero potuto interessarsi al progetto.

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