La riforma degli istituti tecnici ha trasformato la scuola in un sistema di formazione legato al mercato, riducendo il tempo libero a un lusso per pochi. L’obiettivo dichiarato è di allineare i curricoli alle esigenze del settore produttivo, ma il risultato è un modello educativo sempre più orientato alla produzione di profitto, a scapito della funzione pubblica della scuola. La riforma, introdotta con l’articolo 26 del d.l. nr. 144/2022 e ulteriormente definita dal d.l. nr. 45/2025 e dal d.m. nr. 29 del 19 febbraio 2026, ha applicato le sue regole a tutte le classi prime, procedendo anno per anno fino alle quinte nel 2030/31. Il principio guida del riordino è il legame con il sistema produttivo: “adeguare i curricoli alle esigenze in termini di competenze del settore produttivo nazionale” e “allineare i curricoli degli istituti tecnici alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo”. Questo approccio ha portato a una riduzione del tempo libero, un concetto che nel greco antico si chiamava skolé, e che i latini chiamavano otium, un tempo sottratto al lavoro e alla necessità, nel quale è possibile dedicarsi a qualcosa che non debba immediatamente servire a uno scopo esterno.
La scuola come produttore di manodopera
La riforma ha introdotto l’“apporto formativo” delle imprese, con periodi di osservazione in azienda per i docenti delle discipline professionalizzanti e i “Patti educativi 4.0”: accordi fra scuole, imprese, enti di formazione, ITS, università e centri di ricerca per condividere risorse, laboratori e attività di formazione scuola-lavoro. Questo modello ha reso la scuola un’istituzione sempre più legata al mercato, con un’attenzione prioritaria alle competenze richieste dal settore produttivo. Tuttavia, questa trasformazione ha portato a una subordinazione della funzione scolastica “costituzionale” alla chimera efficientista dell’incontro della “domanda” e dell’“offerta”. La scuola, che per secoli è stata un luogo di tempo libero e di riflessione, è diventata un’istituzione che si misura in termini di produttività e utilità immediata.
Un diritto che era un privilegio
La scuola di massa, come è stata definita, è un tentativo di estendere, a spese della finanza pubblica, un diritto che per secoli è stato un privilegio appartenuto soltanto a chi poteva permettersi di non lavorare: il diritto di perdere tempo. Questo diritto, che permette di leggere cose di cui non si comprende subito l’utilità, di cercare parole che non si trovano, di apprendere nozioni destinate magari a essere dimenticate ma non per questo a rimanere inerti, è oggi minacciato dall’utilitarismo capitalistico. La riforma ha ridotto il tempo libero, sostituendolo con un modello di formazione che si concentra sulla produzione di competenze utili al mercato. Per alcuni anni, il figlio di chi ha sempre vissuto nella necessità può non essere già da subito manodopera e si trova a non dover giustificare ogni ora della propria giornata attraverso la produttività.
La scuola, in questo contesto, non è più un luogo di conoscenza, ma un’istituzione che si misura in termini di utilità immediata. Il tempo libero, che permette di fare del lavoro stesso un oggetto di conoscenza, anziché un destino cui prepararsi, è stato ridotto a un lusso per pochi. La riforma ha portato a una riduzione del tempo libero, sostituendolo con un modello di formazione che si concentra sulla produzione di competenze utili al mercato. Questo approccio ha portato a una subordinazione della funzione scolastica “costituzionale” alla chimera efficientista dell’incontro della “domanda” e dell’“offerta”. La scuola, che per secoli è stata un luogo di tempo libero e di riflessione, è diventata un’istituzione che si misura in termini di produttività e utilità immediata.



