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giovedì 17 Settembre 2026

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Naza svela la freddezza dei soldati israeliani a Gaza, ma il lavoro di Breaking the Silence va oltre 20 anni

Documentario “Naza” svela la freddezza dei soldati israeliani a Gaza, con testimonianze di oltre 20 anni di Breaking the Silence.

Il documentario “Naza”, premiato a Venezia, ha suscitato reazioni forti in Israele, dove è visto come un attacco alla morale e alla coesione sociale. Realizzato da Yuval Abraham e Rachel Szor, il film mostra come i soldati israeliani, durante la guerra a Gaza, disumanizzino i palestinesi, trasformandoli in bersagli. La forza del film sta nel mostrare non solo la freddezza dei soldati, ma anche l’impatto che l’occupazione ha su chi la esercita. Il lavoro di Breaking the Silence, un’organizzazione israeliana che raccolta testimonianze da oltre 20 anni, ha fornito la base per questa rivelazione.

La disumanizzazione dei palestinesi

Il film svela come i soldati israeliani, durante le operazioni in Gaza, classifichino automaticamente i palestinesi uccisi come terroristi, anche quando erano disarmati o avevano meno di 18 anni. Questo meccanismo, descritto come un “danno collaterale”, ha reso la guerra una routine, in cui i civili vengono visti come numeri da calcolare. La testimonianza di un riservista racconta come le unità militari avessero ordini di uccidere uomini adulti e maschi, mentre donne e bambini venissero allontanati sparando. Questo sistema di targeting ha reso la guerra un’esperienza distaccata, in cui la vita umana non ha più peso.

La normalità della guerra è diventata una routine per molti soldati israeliani. Il film mostra come la disumanizzazione dei palestinesi abbia portato a una trasformazione dei soldati stessi, che iniziano a vedere l’altro come un target, non come una persona. Questo processo, spiegato da un esperto operatore di droni, ha reso la guerra un’esperienza in cui l’altro non è più un essere umano, ma un elemento da calcolare.

La società civile e il ruolo di Breaking the Silence

Breaking the Silence, da oltre 20 anni, raccoglie testimonianze di soldati israeliani sul servizio nei Territori occupati. Questo lavoro ha permesso di documentare come l’occupazione non solo danni i palestinesi, ma anche chi la esercita. I soldati, spesso, si trovano a vivere una realtà in cui la morale è per i deboli, e la normalità della guerra diventa una routine. Il film “Naza” ha reso visibile questa dinamica, mostrando come la disumanizzazione dei palestinesi abbia portato a una trasformazione dei soldati stessi, che iniziano a vedere l’altro come un target, non come una persona.

La società civile israeliana rappresenta l’unica speranza per entrambi i Paesi. Il film ha anche messo in luce come la tecnologia e la potenza di fuoco abbiano moltiplicato la capacità di trasformare l’altro in un bersaglio, rendendo la guerra più inquietante e meno umana. La reazione in Israele è stata forte, con accuse di tradimento e richieste di revocare la cittadinanza ai registi. Tuttavia, il lavoro di Breaking the Silence ha dimostrato che la società civile può ancora ascoltare e mettere in discussione la normalità della guerra.

La domanda lasciata da “Naza” è difficile: quanto può durare un’occupazione senza trasformare anche chi la esercita? Il film ha mostrato come la guerra non solo danni i palestinesi, ma anche i soldati israeliani, che si trovano a vivere una realtà in cui la moralità è messa da parte. La società civile israeliana, e palestinese, rappresenta l’unica speranza per entrambi i Paesi, anche se il cammino è lungo. Il lavoro di Breaking the Silence, e di chi lo sostiene, ha dimostrato che è possibile ascoltare, anche quando la verità è scomoda.

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