La discussione sulle classi separate per gli studenti con disabilità non riguarda solo la scuola, ma un meccanismo più profondo: la crescente difficoltà di convivere con la complessità e la tentazione di affrontarla separando ciò che è difficile tenere insieme. Il problema non sono le classi separate, ma la paura che le rende accettabili. Questa paura, infatti, nasce non da un rifiuto della persona diversa, ma dal timore che la classe diventi ingestibile, che l’insegnante debba sottrarre attenzione agli altri, che il programma rallenti e che il proprio figlio impari meno. Sono preoccupazioni che non si possono liquidare come egoismo o intolleranza, ma che richiedono una riflessione più profonda.
La scuola come luogo di complessità e paura
La scuola è il luogo nel quale questa tensione assume una forma quasi esemplare, perché è la prima istituzione nella quale impariamo che la società è composta da persone che non abbiamo scelto e che non sono necessariamente simili a noi. Entrando in una classe, un bambino incontra capacità, caratteri, provenienze, condizioni familiari, fragilità e modi di apprendere differenti. Prima ancora delle nozioni, la scuola insegna dunque un’esperienza fondamentale della cittadinanza: vivere insieme nella differenza. Proprio per questo la scuola è anche uno dei primi luoghi nei quali incontriamo la paura della complessità.
Quando l’inclusione funziona, la differenza diventa parte della normalità quotidiana; quando invece mancano insegnanti, sostegno, formazione, tempo e organizzazione, la stessa differenza può cominciare a essere percepita come un problema. La paura, allora, non nasce necessariamente da un rifiuto della persona con disabilità. Nasce molto più banalmente dal timore che la classe diventi ingestibile, che l’insegnante debba sottrarre attenzione agli altri, che il programma rallenti, che il proprio figlio impari meno. Sono preoccupazioni che sarebbe sbagliato liquidare come egoismo o intolleranza, perché possono nascere da difficoltà concrete.
La paura non è solo un sentimento, ma un meccanismo di controllo. È proprio riconoscendone la legittimità che diventa possibile vedere il passaggio decisivo: quando un’istituzione non riesce più a governare la complessità, la paura del proprio fallimento può essere trasferita su chi quella complessità la rende visibile. Non abbiamo più paura che la scuola non sia sufficientemente attrezzata per includere tutti; cominciamo ad avere paura di chi rende più difficile farlo. È questo slittamento che rende la separazione così seducente.
Un modello di inclusione che va oltre le classi
Se il problema viene identificato con la presenza dell’alunno che richiede maggiore attenzione, allontanarlo sembra restituire ordine alla classe. La complessità diminuisce, l’insegnante può dedicarsi agli altri, i genitori vengono rassicurati. Tutto sembra tornare al proprio posto. Ma ciò che appare come soluzione organizzativa contiene una scelta molto più profonda: invece di modificare l’istituzione perché possa accogliere la differenza, modifichiamo la composizione della comunità eliminando la differenza che l’istituzione non riesce a governare.
La discussione sulle classi separate riguarda molto più della scuola. Mostra in scala ridotta un meccanismo che attraversa la società contemporanea: quando non riusciamo più a governare qualcosa, cominciamo ad averne paura; quando ne abbiamo paura, siamo più disponibili a tenerlo lontano. È il passaggio dalla difficoltà alla minaccia e dalla minaccia alla separazione. La domanda diventa allora inevitabile. Come è possibile che società che hanno attraversato il Novecento, costruito costituzioni democratiche e fatto dell’eguaglianza un fondamento della convivenza tornino periodicamente a guardare con interesse verso soluzioni che pensavamo consegnate al passato? Attribuire tutto all’ignoranza sarebbe rassicurante, ma significherebbe rispondere alla semplificazione con un’altra semplificazione. Il problema riguarda piuttosto la difficoltà dell’uomo contemporaneo nel convivere con una realtà che percepisce come sempre meno governabile.



