Il 17 settembre, il Milton Friedman Institute ha organizzato un webinar in cui sopravvissuti, ex ostaggi e esperti israeliani hanno condiviso le loro esperienze e le conseguenze del 7 ottobre 2023, un giorno che ha segnato un punto di svolta nella storia del Medio Oriente. Le testimonianze, raccolte da giornalisti di diverse testate, hanno messo in luce il trauma fisico e psicologico che ancora oggi affligge chi ha vissuto la prigionia, le violenze e la perdita di familiari. Tra le voci emerse, quelle di Ilana Gritzewsky e Shoshan Haran, due sopravvissute alla prigionia, e di Orit Sulitzeanu, CEO dell’Association of Rape Crisis Centers in Israel, che ha parlato delle conseguenze delle violenze sessuali e della difficoltà delle vittime a raccontare ciò che hanno subito.
Le esperienze di sopravvivenza e trauma
Ilana Gritzewsky, nata in Messico e trasferitasi in Israele a 16 anni, ha raccontato la sua esperienza durante la prigionia. Con il compagno Matan Zangauker, è stata costretta a fuggire dalla loro casa nel kibbutz Nir Oz dopo che gli assalitori sono entrati nell’abitazione. Si sono chiusi nella stanza protetta, con Matan che cercava di tenere chiusa la porta mentre Ilana calmava il loro cane. Quando gli assalitori sono entrati, i due sono saltati dalla finestra. Ilana ha perso il contatto con Matan, si è nascosta nella veranda dei vicini ed è stata scoperta, afferrata per i capelli, picchiata e trascinata sul pavimento. «Non sapevo esattamente cosa fosse stato fatto al mio corpo nei minuti in cui ero priva di conoscenza. Ma la mia anima lo sapeva già: nulla sarebbe più stato come prima», ha detto.
Dopo 55 giorni di prigionia, Ilana è stata liberata, ma non senza gravi danni fisici e psicologici. Ha perso 12 chili, ha ricevuto pochissimo cibo e acqua e non ha avuto cure adeguate. «Sapevo che, se fossi uscita, la mia anima sarebbe rimasta lì, a Gaza», ha detto, riferendo la sua decisione di non partire senza Matan. Matan è stato liberato dopo 738 giorni e oggi i due sono fidanzati e si sposeranno. Ilana continua il proprio percorso di recupero tra psicoterapia, fisioterapia e cure mediche.
La lotta per la memoria e la giustizia
La sua storia è solo una delle tante raccolte durante il webinar, che ha visto anche la partecipazione di Shoshan Haran, scienziata e fondatrice di Fair Planet, e di Simcha Greiniman, volontario di ZAKA. Greiniman ha descritto le condizioni in cui sono stati trovati i corpi delle vittime, con sangue che ricopriva il pavimento e corpi mutilati. I volontari di ZAKA raccolgono corpi, tessuti e sangue per contribuire all’identificazione e consentire la sepoltura secondo la halakhah. Shari Mendes, riservista delle Forze di Difesa Israeliane, ha parlato delle condizioni dei corpi femminili e delle lesioni osservate dopo gli attacchi, comprese quelle interpretate come compatibili con violenze sessuali.
Orit Sulitzeanu ha spiegato quanto possa essere lungo il percorso necessario a una vittima di violenza sessuale prima di riuscire a raccontare ciò che ha subito. «Siamo cittadini, siamo civili. Non rappresentiamo nessuno. Nessuno ci paga per farlo», ha detto parlando dell’impegno di sopravvissuti, soccorritori e volontari che continuano a raccontare quanto accaduto. Una delle domande dei giornalisti ha riguardato la risposta internazionale: il mondo ha dimenticato le vittime del 7 ottobre oppure non ha mai compreso pienamente quanto accaduto? Durante il webinar, è stato anche chiamato in causa il Qatar, che avrebbe investito ingenti risorse nella diffusione di una narrazione favorevole alla causa palestinese attraverso social network, TikTok e campus universitari, raggiungendo soprattutto le generazioni più giovani.
Lo stesso tema è tornato nelle conclusioni di Gritzewsky, che ha spiegato che dopo due anni trascorsi a battersi per il ritorno degli ostaggi, oggi la loro lotta riguarda anche il modo in cui verrà ricordato il passato. «Qualcuno ricorda ancora il nostro dolore?», ha chiesto, interrogandosi sulle ragioni per cui Hamas venga considerato da troppe persone in Occidente un’organizzazione di liberazione. A quasi tre anni di distanza, cure, riabilitazione e traumi fanno ancora parte della quotidianità di molti sopravvissuti. Ex ostaggi, familiari e soccorritori continuano a raccontare ciò che hanno vissuto e visto, anche per dare voce alle persone uccise e a quelle che ancora non riescono a parlare.



