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sabato 19 Settembre 2026

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Politica

Alice Weidel e la contraddizione di un partito che non tollera l’uguaglianza

Alice Weidel, leader di AfD, vive in una famiglia omogenitoriale nonostante il partito contrari al matrimonio egualitario.

Alice Weidel, copresidente del Partito per la Libertà (AfD), vive in una famiglia omogenitoriale con la sua compagna, una regista svizzera di origini srilankesi, e hanno due figlie. Nonostante il partito che guida riconosca solo l’unione tra uomo e donna come legittima, Weidel non ha mai nascosto la sua orientamento sessuale né la sua relazione. Per i valori dello stesso partito, una famiglia come la sua non dovrebbe nemmeno esistere, ma per la sua base elettorale, non è incoerente.

Un modello di potere basato sull’eccezione

Le accuse di incoerenza e ipocrisia restano lì, da anni, ma la sua immagine non vacilla. Anzi, la sua credibilità politica sembra aumentare, soprattutto quando Weidel usa le proprie scelte personali come prova che la Germania di AfD non discrimina per odio, ma per amore del «buonsenso». Il patto che AfD stringe coi suoi elettori promette qualcos’altro: la possibilità di appartenere a un gruppo superiore agli altri.

Il corpo non bianco della compagna Bossard, la loro relazione omosessuale non sfuggono allo sguardo del partito: sono parte di una messa in scena che deve performare i privilegi di chi sta in cima alla piramide sociale, che per tenersi su deve negare qualsiasi forma di eguaglianza. Solo così si tiene in piedi un modello in cui solo alcuni possono sposarsi, avere figli, ottenere la cittadinanza; in cui solo un tipo molto specifico di cittadino ha il diritto di realizzarsi, votare, restare.

Un’eccezione che non è un difetto

Questo stato di cose, in cui l’eccezione è un meccanismo di controllo, non esiste né uguaglianza universale né diritti dell’uomo in quanto tale. Esistono solo i diritti del gruppo che in quel momento ha più potere. È per questo motivo che agli occhi della base elettorale di AfD Weidel non è incoerente. È semplicemente più meritevole di qualsiasi altra donna lesbica sia mai nata in Germania. Il problema è che continuiamo a pensare a Weidel e al suo partito dentro i margini del pluralismo democratico, come se l’obiezione dell’incoerenza dovesse necessariamente danneggiarli. Ma AfD non condivide quella cornice: pensa che la stagione della democrazia liberale sia finita, e che il proprio modello, fondato sull’eccezione – non sull’uguaglianza – sia il futuro.

Il caso di Weidel non è isolato. Altri leader politici di estrema destra, come JD Vance o Roberto Vannacci, si battono per politiche che discriminano, pur avendo sposato partner di origine diversa. Questo modello si ripete su due piani identici: i leader si sentono legittimati a infrangere le regole che impongono alla propria base, perché in questo terreno culturale l’eccezione alla regola applicata a sé stessi è prova di forza, non un difetto. La domanda «Weidel è ipocrita o no?» smette di essere quella giusta. Non c’è alcuna ipocrisia da smascherare. L’incoerenza qui è funzionale, non accidentale. L’ipocrisia presuppone un soggetto che tradisce i propri principi dentro un ragionamento che mette l’uguaglianza strutturale al centro. Paradossalmente, l’unica ipocrisia rilevabile è quella di una democrazia che tollera chi non crede nella tolleranza, convinta che prima o poi imparerà a farlo.

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