Don Fabio Corazzina, sacerdote bresciano e attivista per la pace, ha espresso un forte dissenso sulla celebrazione dei 500 anni della Fabbrica d’Armi Pietro Beretta, avvenuta a Gardone Valtrompia. In un post su Facebook, il sacerdote ha sottolineato come «i giorni terribili di guerra» siano un contesto inadeguato per onorare un’azienda che produce armi. L’intervento, pubblicato il 18 settembre 2026, ha suscitato reazioni contrastanti tra i commentatori, con opinioni che vanno dal sostegno al dibattito alla critica verso il sacerdote per il suo atteggiamento.
Disarmo e pace: una posizione radicata
Don Corazzina ha rilanciato la nota pastorale della Conferenza episcopale italiana del 2025, «Educare a una pace disarmata e disarmante», che mette in discussione l’idea della neutralità morale delle armi. «Spesso si sente affermare che le armi sarebbero realtà moralmente neutra, il cui senso dipenderebbe solo dall’uso che se ne fa. È un’affermazione fragile, che dimentica che ogni arma è orientata all’uccisione o al ferimento di qualcuno», ha scritto. Il sacerdote ha anche citato le parole di Paolo VI all’ONU nel 1965, in cui il pontefice denunciava l’impatto negativo delle armi sulla società. La celebrazione, accompagnata dalla visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal passaggio delle Frecce Tricolori, ha acceso un dibattito su come l’industria delle armi possa influenzare la pace e il territorio. Mentre alcuni sostengono che «senza deterrenza non c’è pace», altri ricordano l’importanza economica e occupazionale della Beretta per la Valtrompia. «Ha sfamato la valle», scrive un commentatore, mentre altri sottolineano che la produzione riguarda armi da caccia o da tiro, non testate nucleari.
Un dibattito acceso tra sostegno e critica
Non mancano le critiche più dure, con accuse di ipocrisia e riferimenti al ruolo della Chiesa nei conflitti. Tuttavia, diversi utenti hanno ringraziato don Corazzina per aver sollevato la questione dell’opportunità di una celebrazione pubblica in un momento di guerra e tensioni internazionali. «In tempi di guerra lo sfoggio muscolare e le Frecce Tricolori riempiono di tristezza», scrive una gardonese, mentre un altro commentatore invita a prendere le distanze dalle filiere finanziarie legate agli armamenti.
Don Corazzina, nato a Castenedolo nel 1960, ha vissuto da vicino la realtà delle fabbriche di mine antiuomo e ha pubblicato il libro «Pace. Dalla Parola ai fatti». Il suo intervento ha provocato un dibattito acceso, ma il sacerdote non ha modificato la sua posizione. «Il disappunto per una festa a partecipazione popolare e statale di una fabbrica d’armi in giorni terribili di guerra agìta e paventata, fosse anche solo per buon gusto ed eleganza», ha ribadito. Ha anche rilanciato le parole di Cosetta Maria Erinaldi, che ha scritto: «fabbricare strumenti di morte non diventa giusto solo perché dà da vivere a molte famiglie».
La posizione di don Corazzina si inserisce in un percorso personale legato da anni ai temi del disarmo, della nonviolenza e della riconversione. Il sacerdote, già coordinatore nazionale di Pax Christi, ha conosciuto da vicino la realtà delle fabbriche di mine antiuomo Valsella e Meccanotecnica, poi chiuse negli anni Novanta. Il suo intervento ha suscitato reazioni molto diverse, con commenti che vanno dal sostegno al dibattito alla critica verso il sacerdote per il suo atteggiamento.



