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martedì 22 Settembre 2026

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Cuba al buio: una crisi senza fine e un popolo che abbandona la rivoluzione

Cuba vive una profonda crisi economica e sociale, con migliaia di persone che abbandonano l’isola. Il giornalista Simone Tropea racconta la situazione drammatica.

Cuba vive una crisi senza precedenti, con condizioni di vita che si avvicinano a quelle di un paese in guerra. Simone Tropea, scrittore e giornalista calabrese, ha recentemente concluso un reportage sull’isola, dove ha visto una situazione drammatica: fame, blackout, mancanza di acqua e un esodo record di oltre due milioni di persone negli ultimi dieci anni. La crisi, che ha colpito duramente il Paese, è il risultato di un blocco economico e politico che ha ridotto la vita quotidiana a un inferno di privazioni.

La crisi e il blocco USA

La crisi cubana è in gran parte il frutto del blocco economico e politico imposto dagli Stati Uniti, che ha ridotto l’isola a un’area di sottosviluppo. Il blocco, che dura da oltre sessant’anni, ha colpito duramente l’economia cubana, limitando il commercio e l’accesso a beni essenziali. Nel 2026, il blocco è stato ulteriormente aggravato con l’introduzione del blocco petrolifero, che ha interrotto l’unica via di approvvigionamento di energia rimasta. La rete elettrica nazionale ha subito collassi frequenti, con la corrente che manca per gran parte della giornata, in una situazione che ha reso impossibile la vita quotidiana. La mancanza di energia ha avuto conseguenze devastanti: le pompe non spingono l’acqua nelle case, i camion non raccolgono i rifiuti, gli autobus non circolano e le sacche di sangue non arrivano negli ospedali. La spazzatura si accumula ai lati delle strade, emanando un odore acre e nauseabondo. Tropea ha visto centinaia di persone cercare cibo e bambini che chiedono un dollaro, benché l’elemosina a Cuba sia vietata. La situazione è così grave che il giornalista ha affermato di raramente aver visto condizioni simili in un paese dove non si combatte.

Un esodo record e una società in crisi

La crisi ha portato a un esodo record, con oltre due milioni di persone che hanno lasciato Cuba negli ultimi dieci anni. Questo esodo, che supera quello avvenuto dopo la caduta di Fulgencio Batista nel 1959, ha ridotto la popolazione dell’isola da 11,2 milioni al 2012 a circa otto milioni. Chi rimane spesso non ha i mezzi per partire. Una suora che lavora all’Avana ha riassunto la situazione in tre verbi: «no saben, no pueden, no tienen»: queste persone non hanno la preparazione, gli appoggi familiari all’estero o il denaro per ricominciare altrove.

La classe professionale, che era il risultato di cui il castrismo andava più fiero, è oggi tra le categorie più povere. Medici, ingegneri e docenti non controllano merci, non gestiscono importazioni e spesso non ricevono rimesse dall’estero. Vive meglio chi lavora negli alberghi, nei magazzini o nella distribuzione, perché sta più vicino ai pochi beni che circolano e che finiscono in parte sul mercato nero. La gerarchia sociale che la rivoluzione aveva costruito sull’istruzione si è rovesciata. Negli ospedali la situazione è disumana, con mancanza di farmaci, flebo, siringhe e guanti. La mortalità tra anziani e malati cronici è aumentata, e i medici che hanno incontrato Tropea descrivono un peggioramento evidente.

La crisi ha anche colpito il rapporto tra il regime e il popolo. Il mito di Fidel Castro, che era stato il simbolo della rivoluzione, è oggi in crisi. I giovani non si riconoscono più nella rivoluzione, e il consenso alla rivoluzione si è sempre fondato su risultati tangibili. Juan Triana Cordoví, economista dell’Università dell’Avana, ha spiegato che la forza di Fidel veniva da un’opera più che dal suo carisma comunicativo. Chi oggi ha vent’anni non ha visto il progresso sociale, ma conosce i blackout, gli stipendi che valgono pochi euro e le famiglie divise tra L’Avana, Miami e Madrid.

Il potere cubano oggi cerca di sostituire la legittimità dei risultati con quella dei simboli. La celebrazione del centenario di Fidel, alla presenza del presidente Miguel Díaz-Canel, ha avuto un effetto simbolico, ma la distanza tra la liturgia del centenario e la vita reale ha finito per trasformare il mito in una caricatura. La maggior parte delle persone che ha incontrato Tropea non si considera oppositrice, ma ha semplicemente smesso di credere che il sistema rivoluzionario possa migliorare la sua vita. Per un regime che ha sempre identificato la rivoluzione con la nazione, questo è il dato più grave.

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