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giovedì 24 Settembre 2026

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Economia

L’Europa chiude la porta ai pannelli cinesi. Bruxelles non concede proroghe

L’Europa elimina incentivi per pannelli solari cinesi, non concede proroghe a Pechino

L’Europa ha deciso di non concedere proroghe ai produttori cinesi nel settore dei pannelli solari. A partire dal 1º novembre, gli inverter di fabbricazione cinese montati sui moduli installati nel Vecchio continente saranno estromessi dal mercato degli incentivi. La Commissione europea non prorogherà la scadenza, nonostante le richieste di più tempo avanzate da Pechino e dai suoi produttori. L’obiettivo è chiudere la porta ai fornitori ad alto rischio, come aziende cinesi come Huawei, e privilegiare i produttori europei.

La linea dura di Bruxelles

La Commissione europea ha adottato orientamenti politici provvisori che limitano l’uso dei fondi europei per i progetti di energia pulita, in particolare solare, eolico e sistemi di accumulo, che si basano su inverter forniti da operatori ad alto rischio. Questa decisione è motivata da timori legati alla cybersicurezza, in particolare dal rischio che i produttori possano accedere da remoto e manipolare gli inverter, destabilizzando le reti elettriche e provocando blackout.

Le associazioni di categoria dell’UE speravano che Bruxelles rinviasse la scadenza, alla luce dei timori sulla disponibilità e sui costi delle alternative. Tuttavia, per Bruxelles è il momento di mostrare i muscoli. L’Europa ha cominciato a dare la priorità ai propri pannelli e a indirizzare gli incentivi ai produttori di moduli fotovoltaici europei. In Cina, dove sanno fin troppo bene che il Dragone non si può permettere di perdere il grip su uno spazio di mercato unico da quasi mezzo miliardi di individui, hanno cominciato a mettersi paura.

Un percorso coerente

Il percorso è però coerente, una volta tanto. Fino a pochi mesi fa il 70% dei moduli installati era di fabbricazione cinese. Poi però, sull’onda del made in Europa e dei vari Act sfornati dall’UE e farciti di made in Europe, il vento ha finalmente cominciato a girare. L’Europa ha cominciato a dare la priorità ai propri pannelli e a indirizzare gli incentivi ai produttori di moduli fotovoltaici europei. La Commissione sostiene che esista già una fornitura terza e affidabile di inverter non cinesi e che il prezzo da pagare per garantire la sicurezza delle infrastrutture energetiche europee sia tutto sommato contenuto. Adesso la palla passa a Maroš Šefčovič, che tra tre settimane volerà a Pechino. Giorno meno, giorno più.

La decisione di Bruxelles non è solo un atto di difesa nazionale, ma anche una risposta a una concorrenza sleale. L’Europa ha subito un deficit di 360 miliardi di euro a causa della dominanza cinese nel settore. Con questa mossa, l’UE cerca di rafforzare la sua autonomia energetica e di proteggere le proprie industrie. La sfida, però, è ancora lunga: le imprese rinnovabili dell’Unione non sono ancora pronte a una sostituzione in massa della componentistica a monte della catena del fotovoltaico. Il provvedimento è stato motivato da timori legati alla cybersicurezza, in particolare dal rischio che i produttori possano accedere da remoto e manipolare gli inverter, destabilizzando le reti elettriche e provocando blackout. La Commissione europea non prorogherà la scadenza del 1º novembre per l’eliminazione graduale degli inverter prodotti in Cina dai progetti energetici finanziati dall’UE, nonostante le richieste di più tempo avanzate da Pechino e i suoi produttori.

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