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giovedì 24 Settembre 2026

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Ambiente

Spreco alimentare in Italia: ogni secondo 257 chili di cibo finiscono nei rifiuti

In Italia ogni secondo vengono gettati oltre 257 chili di cibo, un dato che svela l’entità del problema e la necessità di interventi mirati.

Un problema quotidiano con impatti globali

Ogni secondo, in Italia, oltre 257 chili di cibo finiscono nei rifiuti. In un minuto, la quantità sale a circa 15,4 tonnellate, mentre in un’ora si registrano oltre 925 tonnellate. Questi numeri, ricavati da dati Eurostat, rappresentano un quadro di intero anno: 8,1 milioni di tonnellate di spreco alimentare lungo la filiera italiana. Il fenomeno non riguarda solo le famiglie, ma coinvolge tutte le fasi del sistema alimentare, dalla produzione alla distribuzione e al consumo. Il costo delle risorse sprecate è un aspetto cruciale: quando un alimento diventa rifiuto, si perdono anche le risorse impiegate per produrlo e distribuirlo.

La quantità di cibo sprecata in un’ora equivale a 308 piscine olimpioniche di acqua utilizzata per la sua produzione.
Secondo le elaborazioni presentate da Too Good To Go, l’acqua utilizzata per produrre la quantità di cibo sprecata in Italia in un’ora equivale a circa 308 piscine olimpioniche; il suolo impiegato corrisponde a 373 campi da calcio. Questi dati mettono in luce l’impatto ambientale del problema, che va oltre il semplice spreco di cibo e riguarda anche la sostenibilità delle risorse naturali.

Un modello di recupero che ha dato risultati

L’app Too Good To Go, che collega attività alimentari e consumatori, ha dimostrato come una parte dello spreco possa essere evitata. Dal suo arrivo in Italia nel 2019, sono stati recuperati 37 milioni di pasti, di cui circa 8 milioni nel 2025. Questo modello ha permesso di risparmiare oltre 310 milioni di euro e di evitare l’emissione di 100.710 tonnellate di CO₂ equivalente. La sua strategia si basa sulla valorizzazione delle eccedenze, permettendo a chi ha un surplus di trovare chi può utilizzarlo in tempo utile.

Il recupero degli invenduti mostra come una parte dello spreco possa essere evitata.
Il recupero degli invenduti mostra come una parte dello spreco possa essere evitata quando chi ha un’eccedenza riesce a trovare in tempo chi può utilizzarla. Ma gli 8,1 milioni di tonnellate annue descrivono un fenomeno distribuito lungo tutta la filiera: la sfida riguarda anche il modo in cui il cibo viene prodotto, gestito, acquistato e consumato. La riduzione dello spreco alimentare è anche un tema climatico. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) la indica tra le azioni necessarie per ridurre l’impatto dei sistemi alimentari e, con i suoi partner, ha avviato un’iniziativa che punta a dimezzare lo spreco entro il 2030.

La cifra restituisce la dimensione del problema, ma va letta correttamente. La rilevazione Eurostat comprende gli scarti prodotti nelle diverse fasi della filiera e include sia le parti commestibili sia quelle non commestibili degli alimenti. L’Osservatorio Waste Watcher International, con un’indagine condotta a gennaio 2026 su 2.000 persone, ha rilevato uno spreco dichiarato di 554 grammi di cibo a persona ogni settimana, poco meno di 80 grammi al giorno. È un dato che aiuta a capire come una quantità apparentemente piccola, ripetuta ogni giorno in milioni di case, possa incidere sul bilancio complessivo.

“Ridurre lo spreco non significa necessariamente fare grandi rivoluzioni: può significare valorizzare un’eccedenza, modificare un’abitudine di consumo o semplicemente scegliere di recuperare un alimento che altrimenti andrebbe sprecato”, ha detto Mirco Cerisola, Country Director di Too Good To Go Italia. Queste parole sottolineano come piccole scelte quotidiane possano contribuire a un cambiamento significativo. La consapevolezza e l’azione individuale sono fondamentali per ridurre il problema, che non si risolve solo con politiche di grandi dimensioni, ma anche con comportamenti più responsabili.

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