Biagio Antonacci, 62 anni, torna a parlare del suo nuovo album Mustang, intitolato proprio come il potente quadrupede che ha segnato i suoi sogni da ragazzo. L’artista, noto per la sua ribellione e la sua capacità di esprimere emozioni intense, si definisce “un cavallo pazzo” e rifiuta la neutralità, sostenendo che bisogna schierarsi. L’album, nato da un’idea che lo ha accompagnato per anni, rappresenta un viaggio interiore e una riflessione su un mondo in cui la musica, come la vita, deve tornare a essere essenziale.
Un’identità fatta di ribellione e libertà
“Da piccolo mi chiamavano proprio così, Mustang Rozzano, perché tutti mi consideravano un po’ matto”, dice Antonacci, parlando del suo passato e del nome che ha scelto per il suo lavoro. L’artista, che ha sempre vissuto in una dimensione parallela a quella sociale, si definisce un “cavallo pazzo” e si sente in grado di sfidare le regole. “Io stavo cercando di completare un brano latino, ma non trovavo il feat giusto, una voce che si avvicinasse alla mia pasta vocale”, racconta, spiegando come la sua ricerca artistica sia sempre stata legata a un’identità unica e incontaminata.
La musica non dà risposte, ma è uno specchio. “La canzone non dà risposte neppure a chi la scrive. Diventa, piuttosto, lo specchio in cui uno cerca di vedersi riflesso”, dice Antonacci, descrivendo il suo approccio alla musica come un “teletrasporto poetico”. L’artista, che ha vissuto una vita straordinaria, a 62 anni non vuole più perdere tempo dietro a chi non sa darle risposte. “Siamo bombardati dalla malafede, da esempi da non seguire, da gente che vuole farsi notare solo perché ha una televisione in mano; una tv chiamata Instagram che specializza chiunque in tuttologia”, osserva, criticando il mondo digitale e la sua capacità di distorcere la verità.
Un’esperienza musicale radicata nella terra
Antonacci, che ha sempre preferito la musica intima e essenziale, ha scelto di fare “residency” in luoghi d’arte, come il Vittoriale di Gardone, l’Anfiteatro di Lucera, il Teatro grande di Pompei o quello greco di Tindari. “La gara continua a chi incassa di più o a chi riempie gli stadi crea una trappola psicologica: se fai duecentomila spettatori e poi passi a centomila, ti senti finito. Follia”, dice, criticando il gigantismo del mercato musicale. “Dobbiamo imparare a dire dei no, accettare i nostri limiti e ritornare a fare musica in modo essenziale, scarno, terra terra”, conclude, rafforzando il concetto di libertà interiore che lo contraddistingue.
La paura più grande è l’assuefarsi alla vergogna. “La paura più grande è che, a forza di assistere in diretta su Instagram a morti e tragedie, l’essere umano finisca con l’assuefarsi alla vergogna dell’umanità”, aggiunge, sottolineando come la tecnologia abbia trasformato la percezione del dolore e della sofferenza. “Nessuna persona sana di mente può essere favorevole a tragedie come quelle che sconvolgono il nostro tempo. Come si fa a dire che è sbagliato schierarsi? Bisogna gridare no. E farlo tutti assieme”, conclude, chiamando a un impegno sociale e morale.
Il disco include anche la collaborazione con Sayf, un artista che ha trovato nel suo figlio Giovanni un fan della prima ora. “Mio figlio Giovanni, che è un suo fan della prima ora, me l’ha portato in studio a Bologna tre o quattro mesi prima di Sanremo. Non era ancora arrivata la convocazione al Festival e Adam, come si chiama all’anagrafe, aveva con sé solo un provino di Tu mi piaci”, racconta Antonacci, spiegando come la sua collaborazione con Sayf sia nata da un’idea spontanea e sincera.



