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L’ONU divisa tra Netanyahu e Abbas: il conflitto si fa sentire a New York

L’Onu si divisa tra Netanyahu e Abbas: il conflitto si fa sentire a New York

Giovedì 24 settembre 2026, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha visto un momento di forte tensione tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese Mahmoud Abbas, con discorsi contrapposti che hanno messo in luce la profonda divisione internazionale sul conflitto tra Israele e Palestina. Netanyahu ha parlato davanti a un’aula semivuota, a causa della protesta delle delegazioni, mentre Abbas ha partecipato in videomessaggio da Ramallah, dopo che gli Stati Uniti gli hanno negato il visto d’ingresso per il secondo anno consecutivo. La scena ha rivelato una frattura evidente tra le posizioni dei due leader, con la comunità internazionale divisa tra appoggio e critica.

Netanyahu: la menzogna del secolo

Netanyahu ha accusato i media internazionali, i social network e diversi governi di alimentare la disinformazione contro Israele, definendola l’ottavo fronte della guerra. A quasi tre anni dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, il premier ha respinto le accuse di genocidio, definendole “la più grande menzogna del secolo”. Ha difeso le operazioni militari israeliane, sostenendo che il suo governo abbia cercato di proteggere i civili attraverso avvisi di evacuazione e forniture di aiuti umanitari. Inoltre, ha rivendicato gli attacchi contro gli impianti nucleari iraniani, definendoli “una delle decisioni più facili” del suo mandato, necessaria alla sopravvivenza di Israele.

Abbas: la minaccia alla vita palestinese

Di segno opposto, Abbas ha denunciato le politiche israeliane, affermando che minacciano “la vita stessa e l’esistenza del popolo palestinese nella propria terra”. Il presidente ha invitato la comunità internazionale a impedire una nuova Nakba, denunciando le distruzioni a Gaza, l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e le violenze dei coloni. Ha chiesto l’attuazione della seconda fase del piano di pace sostenuto dal presidente Donald Trump e dalla risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza, per riunificare Gaza e Cisgiordania sotto un’unica autorità palestinese. “Vogliamo uno Stato palestinese democratico”, ha affermato, “disarmato e capace di vivere in pace accanto a Israele”.

La diplomazia, nel frattempo, ha cercato di trovare un terreno comune. A due anni dalla nascita dell’Alleanza globale per l’attuazione della soluzione dei due Stati, i ministri degli Esteri di circa cento Stati, assieme a varie organizzazioni, si sono riuniti per verificare i progressi compiuti e definire le iniziative per il biennio 2026-2027, ribadendo l’impegno per uno Stato palestinese sovrano accanto a Israele, in condizioni di pace e sicurezza. A rappresentare la Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin, ha riconosciuto i progressi diplomatici dell’ultimo anno, dal cessate il fuoco al ritorno degli ostaggi, fino agli sforzi per facilitare gli aiuti umanitari. Ma quanto realizzato rimane “decisamente insufficiente”, ha ribadito il segretario di Stato vaticano, esprimendo profonda preoccupazione per l’espansione degli insediamenti israeliani e condannando le violenze contro le comunità cristiane della Cisgiordania, la cui presenza storica costituisce un elemento di stabilità e convivenza pacifica.

Sulla necessità di trasformare gli impegni diplomatici in risultati concreti è intervenuto anche il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. “Sappiamo che la strada del dialogo e della diplomazia è difficile. Ma è l’unica per raggiungere la pace”, ha sottolineato, ribadendo che tra gli strumenti che l’Italia continua a promuovere c’è il dialogo interreligioso, anche nell’ambito del piano di pace. Una prospettiva che prova a tenere aperto lo spazio del confronto proprio mentre, ancora una volta, nell’aula delle Nazioni Unite le delegazioni scelgono di uscire anziché ascoltare.

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