Samuele Carrino, attore di 16 anni, ha vissuto un’esperienza unica interpretando Carlo Acutis nel film evento Il mio nome è Carlo, in onda domenica 27 settembre su Canale 5. La scelta di vestire i panni del primo santo millennial, attualmente il santo più popolare al mondo, ha rappresentato un passo significativo nella sua carriera. Dopo aver interpretato Andrea Spezzacatena, vittima di bullismo e cyberbullismo omofobo, nel film Il ragazzo dai pantaloni rosa, Carrino ha trovato un legame profondo tra due storie: quella di un ragazzo che subisce la Rete e quella di un ragazzo che ha usato il Web per fare del bene.
Due vite spezzate, due approcci opposti al digitale
Carlo Acutis, morto a 15 anni dopo una leucemia fulminante, è diventato il santo da invocare contro i bulli. NATO a Londra nel 1991 da genitori italiani, ha vissuto a Milano, dove ha utilizzato le sue competenze in informatica per creare progetti legati alla fede e una mostra digitale sui miracoli eucaristici. Ha prestato servizio nelle meuse e ha aiutato le persone senza dimora. La sua vita, pur breve, ha lasciato un’impronta duratura, tanto che in un anno dalla canonizzazione sono andati in pellegrinaggio alla sua tomba oltre un milione e 200 mila persone.
Per Carrino, Acutis e Spezzacatena rappresentano due figure distanti ma legate da una coincidenza impressionante: due vite spezzate troppo presto e due rapporti opposti con il mondo digitale. Mentre Andrea Spezzacatena subisce la Rete, Carlo Acutis ha cercato di trasformarla in un strumento di bene. Uno ha usato bene i social e l’altro ha conosciuto il male dei social, dice l’attore, sottolineando il contrasto tra i due personaggi.
Un film che celebra l’umanità di un santo
Il film Il mio nome è Carlo, diretto da Giacomo Campiotti e scritto insieme a Carlo Mazzotta, cerca di raccontare la vita di Acutis senza trasformarlo in un “santino” o in un maestrino senza ombre. Il film lo segue in tre età decisive – bambino a 6 anni, ragazzo curioso a 11, adolescente al primo anno di liceo – cercando sempre di restituirne prima di tutto l’umanità. La scena che Carrino ricorda con maggiore partecipazione non riguarda prodigi o eventi eccezionali, ma quella in cui Carlo incontra un senzatetto, gli porta cibo e medicine, gli cura le ferite. Un gesto semplice che ha avuto una risonanza personale per l’attore, che ha già avuto esperienze simili in passato.
Le riprese si sono svolte tra Milano, Assisi e la Brianza. Le scene più difficili da girare sono state quelle relative agli ultimi giorni della malattia, in un vero reparto di terapia intensiva. “Accanto a noi”, confida Carrino, “c’erano persone che purtroppo stavano davvero male. Sul set c’era un rispetto enorme. È stata probabilmente la scena più complicata: quando mi sono visto, alla fine, in quelle condizioni, sono rimasto scosso”. Il rapporto con la madre è uno dei punti emotivamente più forti del racconto, e la madre di Carlo, Antonia Salzano, ha seguito la lavorazione del film per garantire che la ricostruzione restasse rispettosa della storia del figlio.
Il culto di Carlo Acutis ha ormai superato ogni confine. Gli è stato dedicato un numero crescente di santuari, chiese e cappelle in Europa, nelle Americhe e in Asia. La sua immagine è arrivata perfino a Myitkyina, nel Myanmar devastato dalla guerra civile, dove nella cattedrale è stata eretta una statua per proporlo come modello ai giovani birmani. Il film non solo celebra la vita di un santo, ma anche l’importanza di gesti semplici e di solidarietà, un messaggio che risuona oggi più che mai nel mondo digitale.



