La politica industriale e la concorrenza non sono necessariamente inconciliabili. Anzi, possono trovare una sintesi e risultare complementari, come dimostrano analisi e esperienze storiche. L’idea che le due dimensioni siano in conflitto è spesso riduttiva, e un approccio più equilibrato potrebbe offrire vantaggi significativi per l’economia e l’innovazione. Questo concetto è stato sottolineato da Alberto Pera, ex segretario generale dell’Autorità Antitrust e uno dei principali esperti italiani in materia di concorrenza, in un saggio inedito che analizza come le politiche industriali e le normative antitrust possano coesistere e supportarsi reciprocamente.
Concorrenza come pilastro della politica industriale
La politica industriale non deve necessariamente limitare la concorrenza, anzi, può essere un fattore che la stimola e la sostiene. Come ha sottolineato Michael Porter, guru dell’analisi strategica di Harvard, i vantaggi competitivi di un sistema economico dipendono non solo da risorse e capitale umano, ma anche da interventi pubblici che creano un ambiente concorrenziale vivace. Questo ambiente, a sua volta, favorisce l’efficienza e l’innovazione, permettendo alle imprese di svilupparsi in modo dinamico. L’esempio del settore automobilistico giapponese mostra come politiche protezionistiche, se accompagnate da una forte concorrenza interna, possano portare a risultati positivi.
La concorrenza non è solo un meccanismo di controllo, ma un motore di innovazione e crescita. L’esperienza del settore automobilistico giapponese dimostra che un ambiente concorrenziale forte, combinato con interventi pubblici mirati, può stimolare l’innovazione e la produttività. Questo modello ha ispirato anche l’Unione Europea, che ha iniziato a integrare un approccio verticale nella politica industriale, volto a sostenere settori strategici per la competitività e la transizione energetica e digitale.
La svolta europea e il ruolo della concorrenza
Dal 2010, l’Unione Europea ha iniziato a integrare un approccio verticale nella politica industriale, volto a sostenere settori strategici per la competitività e la transizione energetica e digitale. Questo cambiamento è stato ulteriormente consolidato con l’emergenza del Covid e la guerra in Ucraina, che hanno reso necessario un intervento pubblico più diretto e mirato. Tuttavia, l’obiettivo non è stato quello di ridurre la concorrenza, ma di creare un ambiente in cui le imprese possano innovare e crescere.
Un aspetto chiave è la disponibilità di interventi finanziari a settori innovativi, a piccole e nuove imprese, nonché a sostegno di attività di ricerca e sviluppo e formazione. Questi interventi non devono limitare la concorrenza, ma anzi, devono favorire un ambiente in cui le imprese si sfidano tra loro e con le leader, generando dinamicità e innovazione. Come ha sottolineato il Commissario per la concorrenza Van Miert negli anni ’90, la politica industriale dell’Europa era la concorrenza.
La politica industriale non deve limitare la concorrenza, ma stimolarla. L’esperienza del settore automobilistico giapponese dimostra che un ambiente concorrenziale forte, combinato con interventi pubblici mirati, può stimolare l’innovazione e la produttività. Questo modello ha ispirato anche l’Unione Europea, che ha iniziato a integrare un approccio verticale nella politica industriale, volto a sostenere settori strategici per la competitività e la transizione energetica e digitale. Il Rapporto Draghi ha sottolineato l’importanza del completamento del Mercato Unico, soprattutto nel settore dei servizi, dove la tensione innovativa è forte e le barriere nazionali sono significative. L’obiettivo è non solo garantire efficienza statica, ma anche favorire un processo di crescita e innovazione. Le normative antitrust devono essere orientate non solo al benessere del consumatore, ma anche al mantenimento di strutture concorrenziali in cui le imprese leader vengono continuamente sfidate da altre.



