Ludovico Riccioli, 29 anni, è un fisioterapista e chinesiologo bolognese che ha vissuto un’esperienza di malattia oncologica che lo ha trasformato da professionista a portatore di una missione. Diagnostico con un linfoma non-Hodgkin, il suo corpo ha subito un cambiamento drastico: il peso è passato da 85 a 104 chili a causa della chemioterapia e del cortisone. Oggi, dopo un percorso di cura, il suo peso si è ridotto a 92 chili e il suo sguardo si è rivolto al tramonto come un gesto di pace interiore. La sua storia è un mix di dolore, resilienza e una nuova visione della vita.
Da palestre a corsie d’ospedale
Prima di essere paziente, Ludovico aveva sempre visto il corpo umano come un sistema da allenare e riparare. Abituato a trattare atleti e problemi di entità contenuta, l’ospedale rappresentava un confine da non oltrepassare. «Sono un fisioterapista, ma approcciavo pazienti con problemi leggeri, no ospedali, li odiavo», racconta. Tutto è cambiato quando la vita ha deciso di ribaltare la cattedra, mettendolo improvvisamente dall’altra parte. La spia silenziosa era un prurito insistente e sudorazioni notturne che, durante una giornata di lavoro al Bologna Calcio, si sono trasformati in un allarme: la pressione era di 190 di massima. Gli esami hanno rivelato una massa di dieci centimetri nel petto, un linfoma primitivo del mediastino.
La paura ha colpito immediatamente: «Ho avuto paura, un terrore cieco. All’inizio non capivo nemmeno cosa stesse succedendo, non capivo la gravità di tutto quello che mi stava crollando addosso». Poi, la ragione e la fiducia in chi lo stava curando hanno dato sollievo. «Vedendo che c’era una cura mi sono tranquillizzato, i medici sapevano quello che facevano». La chemioterapia con schema R-MACOP-B ha stravolto il corpo che Ludovico aveva curato e allenato per una vita. Il peso è aumentato, i muscoli hanno perso tono, e l’immagine del corpo costruita negli anni in palestra si è sgretolata.
Una missione per la salute fisica e mentale
Nonostante questo, Ludovico ha cercato di mantenere una parte di quella normalità. «Ero gonfio, prendevo cortisone, e sono ingrassato. Ho continuato a fare attività fisica nello studio personale e palestra del Bologna Calcio quando non c’era nessuno: seguivo il mio ritmo, abbassavo i carichi. Cercavo di mantenere ciò che potevo mantenere». L’attività svolta con prudenza e adattata alle sue condizioni, senza ignorare i rischi legati all’immunosoppressione. «Mi allenavo da solo: quando sei immunodepresso rischi, ma non è vero che non si può fare sport».
Terminata la burrasca, con il peso sceso oggi a 92 chili e i muscoli che lentamente ritrovano la loro memoria, Ludovico ha cambiato il modo di guardare alla riabilitazione. «Credo che si dovrebbe fare attività fisica sia durante le terapie che dopo, ma mi piacerebbe che si facesse attività fisica sempre, anche per chi non è ammalato!». Con tutte le accortezze del caso e la piena consapevolezza del percorso, Ludovico vuole che la sua esperienza serva a smontare un blocco mentale, perché lo sport può curare l’anima e il corpo.
La malattia, per lui, ha cambiato il significato delle cose quotidiane. Un tramonto, una passeggiata, il tempo trascorso con le persone care non sono più gesti automatici. «Il futuro non lo conosco e non so quali sfide mi aspettano, ma il passato è un ricordo prezioso che mi godo appieno». E quella che era la sua professione è diventata qualcosa di più: «Il mio lavoro è diventata la mia missione. Aiutare chi vive tutto questo».
La sua esperienza ha trasformato la sua visione della vita e del lavoro.
La salute fisica e mentale non sono solo un tema professionale, ma una missione personale.



