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lunedì 28 Settembre 2026

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Genitori romani sfidano decreto scuola: “I bambini non sono quote”

Genitori di scuola romana chiedono a Mattarella di non firmare il nuovo decreto sulle classi prime.

Genitori di una scuola romana si sono rivolti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere di non firmare il nuovo decreto sulle classi prime, che prevede un limite del 30% per determinate categorie di studenti con cittadinanza non italiana. L’appello, lanciato da due genitori dell’istituto Federico Di Donato, si inserisce in un contesto di forte tensione e di dibattito su come gestire l’integrazione scolastica e l’inclusione. La scuola, situata nell’Esquilino, è da anni un simbolo della convivenza tra culture, lingue e provenienze diverse, e i genitori sostengono che il provvedimento rischi di ridurre i bambini a numeri da distribuire.

La scuola come laboratorio di convivenza

La Federico Di Donato, istituto dell’IC Daniele Manin, è un esempio di scuola multiculturale che ha accolto studenti di diverse origini e ha promosso un ambiente di integrazione. I genitori, però, temono che il nuovo decreto possa mettere in discussione il principio di uguaglianza e di accesso equo all’istruzione. Secondo loro, la distinzione basata sulla cittadinanza non tiene conto della conoscenza dell’italiano, del percorso scolastico o delle reali esigenze di ogni bambino. “I bambini non sono quote”, hanno sottolineato, evocando una logica che ricorda quella delle leggi razziali.

Un appello che tocca le radici del problema

L’appello dei genitori non si limita a contestare il criterio di selezione, ma si estende anche alle condizioni di lavoro e alle infrastrutture della scuola. I lavori di adeguamento sismico, in corso da quattro anni, non sono ancora completati, e la scuola dell’infanzia attende ancora spazi e cortile. Inoltre, molti docenti pendolari lasciano Roma a causa degli affitti insostenibili. “Prima di distribuire gli studenti, bisognerebbe riuscire a trattenere gli insegnanti e terminare i cantieri”, hanno sottolineato i genitori, mettendo in luce un parallelismo tra le sfide attuali e quelle storiche.

La richiesta finale è rivolta a Mattarella, chiamato a non firmare il decreto, e al Parlamento, che è invocato a non trasformare le norme in legge. I genitori sostengono che la scuola della Repubblica non dovrebbe mai permettere a un bambino di domandarsi da quale parte della percentuale è stato messo. Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri, introduce dal 2027/28 un limite del 30% nelle classi prime per determinate categorie di studenti con cittadinanza non italiana. La scelta di introdurre un criterio basato sulla cittadinanza ha suscitato reazioni forti, con accuse di discriminazione e di riduzione dei diritti degli studenti.

La situazione, che ha visto l’istituto romano diventare un simbolo di resistenza, ha trovato un’eco anche a livello politico. L’appello dei genitori, che ha trovato spazio anche sui canali di informazione, rappresenta un esempio di come le famiglie possano influenzare il dibattito pubblico e la politica. La sfida al decreto scuola, lanciata dall’Esquilino, è un segnale forte, che mette in discussione non solo le regole, ma anche i valori su cui si fonda l’istruzione in Italia.

La scuola, da sempre luogo di confronto e di crescita, si trova al centro di un dibattito acceso. I genitori, con il loro appello, non solo contestano un provvedimento, ma anche un modello di gestione dell’integrazione. La loro voce, forte e determinata, rappresenta un’alternativa a una visione che riduce i bambini a numeri da distribuire. Il dibattito, in corso da mesi, si fa sempre più acceso, con il rischio di un confronto aperto tra chi difende l’ordine e chi sostiene l’inclusione.

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