Il gioco contagioso si diffonde anche nei gorilla e nei bambini, come ha dimostrato uno studio dell’Università di Torino, pubblicato sulla rivista Philosophical Transactions of the Royal Society B. La ricerca, condotta su quattro specie di ominidi sociali – bambini, scimpanzé, bonobo e gorilla – ha rivelato che il comportamento di gioco si trasmette in modo simile tra le diverse specie, evidenziando una profonda radice evolutiva. Il fenomeno è stato osservato in contesti naturali, senza intervento esterno, e ha coinvolto oltre 1.100 ore di osservazione su 107 individui, distribuiti in otto gruppi, due per specie.
Il contagio del gioco dipende dalle relazioni sociali
Secondo i ricercatori, il contagio del gioco è più frequente nei gruppi in cui le interazioni amichevoli prevale su quelle aggressive. I dati raccolti mostrano che i soggetti che si trovano vicini a chi ha iniziato a giocare hanno maggiori probabilità di unirsi al gioco, sia da soli che in compagnia. Inoltre, i più giovani sembrano essere più propensi a rispondere al gioco altrui, un comportamento che potrebbe essere legato al loro sviluppo sociale. La ricerca ha anche evidenziato che il rapporto tra maschi e femmine influisce sulla diffusione del gioco, con un’incidenza maggiore in gruppi con un’equilibrio di genere.
Un modello comportamentale multifunzionale
«Il gioco, in particolare, è un modello comportamentale ideale perché è multifunzionale», spiega Giada Cordoni, uno degli autori dello studio. Il gioco promuove la creazione e il mantenimento dei legami sociali attraverso interazioni di reciprocità. Questo fenomeno, che si osserva in bambini e animali, potrebbe rappresentare una base comune per la socialità umana e per le interazioni tra gli ominidi. La ricerca ha anche rivelato che il gioco non è limitato alle interazioni di gruppo, ma può anche essere innescato da un comportamento solitario, che a sua volta può generare una risposta in altri individui.
Il lavoro, firmato da Ivan Norscia, Edoardo Collarini e Giada Cordoni del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino, ha analizzato il comportamento in contesti diversi, tra cui asili nido e strutture zoologiche. La raccolta dei dati sugli umani si è svolta presso l’asilo nido Armando Melis di Torino, coinvolgendo 28 bambini tra i 13 e i 36 mesi. Gli scimpanzé, i bonobo e i gorilla sono stati osservati in diverse strutture zoologiche europee, con un approccio puramente osservazionale che non ha interferito con le interazioni spontanee tra gli individui.
Secondo gli autori, il contagio del gioco potrebbe risalire all’ultimo antenato comune di esseri umani, scimpanzé, bonobo e gorilla, contribuendo alla diffusione di interazioni non aggressive nei gruppi. Indagarne le basi biologiche e le profonde radici evolutive può aiutarci a comprenderne meglio le dinamiche e a gestirne le manifestazioni. La ricerca ha ricevuto supporto da enti come la Fondazione CRT e il Ministero dell’Università e della Ricerca, e fa parte di un progetto più ampio sulle marcature non verbali dell’intersoggettività emotiva.
La ricerca ha anche sottolineato che il gioco offre un contesto in cui sperimentare cooperazione e competizione, interagendo senza arrivare allo scontro. Questo aspetto potrebbe essere cruciale per comprendere come si diffondono i comportamenti collettivi, non solo tra gli umani, ma anche tra gli altri ominidi sociali. L’osservazione del contagio del gioco in quattro specie diverse ha aperto nuove prospettive sull’evoluzione della socialità e sulle sue radici biologiche.



