Il Ciad, uno dei Paesi più poveri e giovani dell’Africa, vive un’emergenza umanitaria senza precedenti, con un’attenzione scarsa da parte dei media. La situazione, aggravata da una siccità estrema, conflitti interni e una crisi alimentare, colpisce un popolo con un’età media inferiore ai 16 anni. La testimonianza di padre John Ikundu, Segretario generale della Missione comboniana, mette in luce la gravità del dramma, che coinvolge milioni di persone e si estende a tutta la regione.
Una crisi sovrapposta a un altro dramma
Il Ciad, al primo posto tra gli Stati africani per numero di rifugiati accolti, ha visto negli ultimi tre anni oltre 1,5 milioni di persone fuggire dal Sudan. La crisi, però, non si limita al conflitto: si sovrappongono una grave siccità, insurrezioni interne e una sanità inesistente. Padre John Ikundu, missionario comboniano da vent’anni nel Paese, racconta una situazione drammatica, con un’unica struttura ospedaliera lungo il confine con il Sudan, a centinaia di chilometri dalla frontiera.
La siccità, che ha colpito il sud del Ciad, ha ridotto drasticamente il raccolto di riso, l’alimento base della zona. Il bacino del lago Ciad, una volta considerato la risorsa d’acqua più importante dello Stato, ha perso il 90% del suo volume a causa delle temperature estreme. Le strade, dissestate, rendono impossibile il trasporto dei prodotti alimentari, mentre il cibo, quando arriva, è troppo costoso per la popolazione. La logistica, inadeguata, peggiora una situazione già drammatica.
Un conflitto interno silenzioso
Padre John Ikundu segnala anche un conflitto interno, silenzioso agli occhi dei media, che riguarda la competizione tra pastori e agricoltori per l’acqua. La desertificazione, con i venti del Sahara che spingono le sabbie verso sud, ha portato a un’occupazione delle terre agricole da parte dei pastori, causando conflitti e un ciclo di violenza senza fine. La comunità, però, dimostra una dignità straordinaria, nonostante le condizioni estreme.
La Chiesa, attraverso il vicario apostolico di Mongo, monsignor Philippe Abbo Chen, cerca di offrire supporto alle comunità in difficoltà, con l’obiettivo di garantire beni di prima necessità e formazione. Il principale centro umanitario logistico del Paese si trova proprio in quest’area, a Farchana, luogo dove l’ONU ha collocato alcune strutture per monitorare la situazione più da vicino. Padre John conclude l’intervista con un invito a mantenere accesa la fiaccola della speranza, a non gettare la spugna e a continuare a sperare nel futuro. La formazione dei giovani, in particolare, è vista come una chiave per il futuro del Paese.
La situazione, inoltre, da quanto si apprende, è aggravata dalla logistica dei trasporti fortemente inadeguata: le strade sono dissestate e lo spostamento dei prodotti alimentari, dalle zone di coltivazione ai mercati principali, diviene un’impresa quasi impossibile. La mancanza di strutture di accoglienza e la scarsità d’acqua sono un’emergenza cronica e gravissima. La popolazione, inoltre, si trova a dover affrontare una crisi alimentare, con il cibo troppo costoso per essere accessibile. La comunità, nonostante le condizioni estreme, dimostra una dignità straordinaria, con un attaccamento forte alla propria nazione. Il Ciad, con un’età media inferiore ai 16 anni, rappresenta una delle regioni più vulnerabili del mondo. La situazione, pur drammatica, vede una comunità che, nonostante le sfide, cerca di resistere e di trovare soluzioni. La Chiesa, attraverso i missionari e i vescovi, cerca di offrire supporto e speranza, con l’obiettivo di garantire un futuro migliore per i giovani del Paese.



