L’Unione europea, pur sanzionando il Rwanda per il suo ruolo nella guerra in Congo e nel commercio illecito delle risorse, sta considerando di pagare il Paese africano per gestire i rimpatri dei migranti che non riesce a espellere direttamente. Il paradosso si osserva nel fatto che alcuni governi europei, tra cui Grecia, Danimarca, Austria, Germania e Paesi Bassi, hanno già scelto il Rwanda come candidato per realizzare un return hub entro il 2027. L’Italia, inoltre, sta discutendo un possibile accordo con Kigali.
Un accordo in bilancio
La proposta europea si basa su una partnership “reciprocamente vantaggiosa”, che potrebbe includere incentivi commerciali e supporto allo sviluppo. I cinque Paesi europei hanno espresso interesse per l’esperienza ruandese dell’Emergency Transit Mechanism di Gashora, un centro di transito per rifugiati e richiedenti asilo evacuati dalla Libia, gestito in base all’accordo tra Rwanda, Unhcr e Unione Africana. Kigali rivendica questa esperienza come prova della sua capacità di gestire stranieri vulnerabili, anche se il modello proposto dall’UE è diverso.
Sanzioni e cooperazione in parallelo
Nonostante le sanzioni dell’UE e degli Stati Uniti, che hanno incluso l’esercito ruandese come istituzione statale, il Rwanda rimane il principale candidato per i return hub. L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha sottolineato che l’integrità territoriale in Congo non è negoziabile, come in Ucraina. Tuttavia, il Rwanda continua ad essere considerato un partner per la gestione dei rimpatri, nonostante le critiche internazionali. La situazione è complessa, poiché il Rwanda non ha ancora dimostrato di garantire procedure eque e protezione adeguata alle persone trasferite forzatamente. Secondo il rapporto 2026 di Amnesty International, il Paese non ha ancora risolto il rischio di refoulement, nonostante le riforme legislative. La normativa ruandese sull’asilo è stata migliorata, ma le condizioni di libertà e diritti rimangono problematiche.
Un modello in cerca di equilibrio
Il Rwanda, pur essendo un candidato privilegiato, deve affrontare il dilemma tra cooperazione e sanzioni. L’UE ha stabilito che gli accordi sui return hub devono essere conclusi solo con Paesi che rispettano gli standard internazionali sui diritti umani. Tuttavia, il Rwanda continua a essere il principale candidato, nonostante le critiche. Washington, come l’UE, ha adottato una posizione ambivalente: sanzioni da un lato e cooperazione sui migranti dall’altro. Il modello dei return hub potrebbe portare a un ulteriore salto nella “migration industry”, come avvertito da alcuni studiosi. L’esternalizzazione delle frontiere non è immune da logiche di mercato, alimentate anche dai fondi europei. L’obiettivo è creare un sistema in cui i fondi, investimenti e vantaggi commerciali vengono scambiati con la disponibilità a inserire gli espulsi in un contesto che, pur essendo difficile, appare conciliabile con le garanzie imposte dal diritto eurounitario e internazionale.



