La Malesia ha avviato oggi, martedì 29 settembre, il piano di rimpatrio di 1476 persone, tra cui Rohingya, nel Myanmar in guerra civile. L’ONU ha espresso preoccupazione, sottolineando che il ritorno non è sicuro. Il piano, annunciato a fine luglio, è stato realizzato grazie al coordinamento tra il primo ministro malese Anwar Ibrahim e il presidente del Myanmar Min Aung Hlaing, ex generale golpista. Le persone sono state trasferite in una base navale a Thanlyin, a sud di Yangon, in attesa di essere trasportate in Myanmar. La decisione ha suscitato reazioni da parte di organizzazioni per i diritti umani e agenzie internazionali, che hanno messo in dubbio la sicurezza del ritorno.
La situazione dei Rohingya
I Rohingya, membri della comunità musulmana originaria dello stato birmano del Rakhine, sono stati perseguitati dal Tatmadaw, il potente esercito birmano, secondo l’ONU, che li ha definiti vittime di una campagna genocidaria. Dopo le ondate di pulizia etnica del 2017, circa un milione e 300mila Rohingya si trovano in Bangladesh, mentre altri hanno cercato rifugio in Malesia. In Malesia, i Rohingya costituiscono circa due terzi (126mila) dei 215mila richiedenti asilo e rifugiati registrati dall’Unhcr. Tuttavia, le condizioni non sono migliori: non hanno uno status giuridico formale, poiché la Malesia non è firmataria della Convenzione sui rifugiati del 1951.
Le condizioni di vita dei Rohingya in Malesia sono criticate per la mancanza di diritti e di accesso a servizi essenziali. Resi vulnerabili, sono oggetto di campagne razziste. Lo scorso giugno, una petizione online per rispedirli in patria ha raggiunto 400mila firme in poche ore, prima di essere rimossa dalla piattaforma Change.org. Inoltre, alcuni Rohingya hanno cercato rifugio in Malesia scappando dai campi bangladesi, dove le condizioni di vita peggiorano a causa della riduzione degli aiuti umanitari e della presenza di gruppi armati e criminali. Il governo di Dacca impedisce loro il diritto al lavoro, all’istruzione e al movimento.
La guerra in Myanmar e le conseguenze
La guerra in Myanmar continua a mietere vittime: solo nel periodo 1 gennaio – 28 novembre 2025, Acled ha registrato oltre 13.700 morti. Il conflitto, che vede il governo birmano combattere contro gruppi armati come l’Arakan Army, è considerato il secondo conflitto più grave al mondo. Il governo malese sostiene che i rimpatriati abbiano aderito volontariamente al progetto, ma la Bbc ha segnalato che il governo ha impedito all’Unhcr di incontrare o sottoporre a screening i rimpatriati, che sono stati trattenuti in centri di detenzione.
Le organizzazioni per i diritti umani e l’Unhcr contestano il piano di rimpatrio, che prevede la deportazione di cinquemila persone in totale. L’Unhcr ha affermato che le condizioni attuali non consentono un ritorno sicuro e sostenibile dei rifugiati dal Myanmar. Il giornalista e ricercatore bangladese Shafiur Rahman ha ricordato che il governo non ha spiegato come sia stato valutato il consenso durante la detenzione né cosa accade a chi si rifiuta. Le prime navi stanno salpando prima ancora che siano state fornite risposte alle domande più elementari.
La situazione dei Rohingya rimane drammatica, con migliaia di persone costrette a fuggire o a vivere in condizioni di estrema vulnerabilità. Mentre il piano di rimpatrio procede, le istituzioni internazionali e le organizzazioni per i diritti umani continuano a sollecitare una risposta più completa e sicura per i rifugiati. La complessità del contesto e la mancanza di trasparenza rendono il tema un tema di forte dibattito e preoccupazione globale.



