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giovedì 1 Ottobre 2026

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Motta racconta la nascita di “La fine dei vent’anni”: «Sono finito per sbaglio nel mainstream»

Motta parla del successo del suo primo album e del ruolo del MEI nella musica indipendente.

Il cantautore toscano Motta, in occasione del decennale del suo primo album “La fine dei vent’anni”, ha raccontato come il successo sia arrivato per caso, senza alcuna strategia o ricerca del successo. «Non ho mai inseguito il successo, te lo dico proprio francamente», ha detto durante un’intervista al MEI, la più importante rassegna della musica indipendente italiana. L’album, che ha portato il cantautore alla Targa Tenco per la Migliore Opera Prima, è diventato un simbolo per una generazione, ma Motta ha sottolineato come il successo non fosse mai stato l’obiettivo principale.

Un disco che ha cambiato la sua vita

«Era il mio primo biglietto da visita, con Riccardo Sinigallia abbiamo cercato di creare dentro il disco un racconto e sicuramente un racconto c’è, un racconto in cui una canzone dà forza a un’altra e viceversa», ha spiegato Motta. L’album, nato da un periodo di solitudine e paura dopo la fine di una band, è diventato un’opera che ha dato voce a una generazione. «Quel disco l’abbiamo festeggiato perché avevo bisogno di ricordarmi certe sensazioni dovute a un periodo sicuramente non facile», ha aggiunto, ricordando come la paura di non dare niente per scontato lo abbia spinto a cercare una nuova forma di espressione.

La verità non deve essere necessariamente quello che è successo nella mia vita in quel momento lì, la verità può essere anche una verità immaginata, ma a livello di chiarezza, abbiamo veramente fatto di tutto. L’album, che ha reso il cantautore un simbolo del movimento indie, è stato caratterizzato da una sincerità che ha contraddistinto l’epoca. «Io non voglio ascoltare cose belle, voglio ascoltare cose vere, fra l’uno e l’altro sceglierò sempre le cose vere, anche se saranno fatte male», ha detto, riconoscendo come la verità fosse il valore principale del suo lavoro.

Un’epoca che ha lasciato un segno

«Sì, è chiaro che anche un certo tempismo ha fatto la sua parte, in quel periodo ancora non era esplosa nemmeno la musica sui social come oggi», ha commentato Motta, ricordando come la sua carriera fosse nata in un’epoca in cui la musica indipendente aveva un ruolo centrale. «In questo mi sento molto fortunato perché c’avevo la possibilità di andare in giro a suonare», ha detto, sottolineando come il successo non fosse mai stato l’obiettivo, ma la possibilità di esprimersi.

Fortunatamente questo atteggiamento ancora condiziona l’approccio alla musica di tanti artisti, soprattutto del circuito underground, infatti hanno difficoltà ad emergere. Motta ha riconosciuto come il suo modo di fare musica avesse influenzato una generazione. «Noi siamo un po’ complici di quello che è successo, dalla curiosità di andare a sentire un concerto che non conosci, a noi, intesa come mia generazione di cantautori, che per certi versi abbiamo dato il cattivo esempio, fino ai giornalisti che hanno avuto paura di parlare male di alcune cose», ha concluso, mettendo in luce come il MEI fosse stato un punto di riferimento per la musica indipendente.

Il MEI, che ha celebrato i dieci anni del disco di Motta, rappresenta un’importante manifestazione per la musica indipendente italiana. «Quello del MEI è stato l’unico premio che i Criminal Jokers hanno ricevuto per il miglior testo di Fango, quindi il MEI non c’è dal giorno 0, c’è dal giorno – 20 praticamente», ha detto Motta, sottolineando il ruolo della manifestazione nel supportare e promuovere la musica non mainstream. L’evento, che si svolgerà a Faenza (Ravenna) dal 1 al 4 ottobre, è un’occasione per celebrare la musica indipendente e per dare voce a artisti che spesso non vengono riconosciuti.

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