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venerdì 2 Ottobre 2026

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Lavoratore licenziato per giocare a calcetto durante la malattia, il tribunale lo risarcisce

Lavoratore licenziato per giocare a calcetto durante la malattia, il tribunale lo risarcisce

Un licenziamento contestato e un risarcimento stabilito

Mario, un uomo di 50 anni residente a Bergamo, ha visto il suo lavoro terminare a causa di un episodio durante la malattia. Sorpreso a giocare a calcetto, è stato seguito da un investigatore privato e successivamente licenziato. Tuttavia, il tribunale di Bergamo ha annullato il provvedimento, riconoscendo al lavoratore un risarcimento di dodici mensilità, ciascuna del valore di 6mila euro lordi. La decisione è arrivata dopo un’analisi approfondita delle circostanze e delle condizioni di salute del dipendente. Il risarcimento è stato stabilito in base a una valutazione che ha escluso qualsiasi colpa grave da parte del lavoratore. Il comportamento non è stato ritenuto sufficiente a giustificare il licenziamento.

La malattia e le raccomandazioni dei terapeuti

Mario aveva ricevuto una diagnosi di sclerosi multipla, che aveva aggravato una condizione psicologica già difficile. I terapeuti che lo seguivano avevano consigliato di non isolarsi e di continuare a coltivare attività che lo facevano stare bene, tra cui il calcetto. Nonostante le raccomandazioni, il licenziamento è arrivato comunque, dopo che l’azienda metalmeccanica aveva incaricato un investigatore privato di monitorare le sue attività. Il borsone, i guanti da portiere e persino la birra bevuta dopo la partita erano stati registrati nel rapporto dell’investigatore.

La diagnosi di sclerosi multipla ha complicato la situazione psicologica del lavoratore. La decisione del tribunale ha riconosciuto che giocare a calcetto durante la malattia non costituisce una violazione grave, a meno che l’attività non aggravi la patologia o non sia incompatibile con essa. Nel caso di Mario, queste circostanze non sono state riscontrate. Il perito nominato dal tribunale ha escluso entrambe le ipotesi, richiamando anche gli studi scientifici che evidenziano i possibili benefici dell’attività fisica per alcune patologie neurologiche e psichiatriche.

Nel frattempo, Mario ha trovato un nuovo impiego. E il calcetto non lo ha abbandonato: il giovedì sera, quando gli impegni glielo permettono, torna ancora in campo, nel suo ruolo di portiere. La sua storia rappresenta un caso emblematico di come le decisioni aziendali possano essere contestate e riconsiderate in base a fattori non previsti. La decisione del tribunale ha anche chiarito che l’uscita dall’ufficio del 16 febbraio, che Mario ha attribuito a un crollo emotivo, non è stata sufficiente a giustificare il licenziamento. Il risarcimento, pur non comportando il reintegro, ha rappresentato un riconoscimento della situazione del lavoratore e delle sue condizioni di salute. La sua storia ha messo in luce l’importanza di considerare le condizioni personali e sanitarie del dipendente quando si prendono decisioni di licenziamento.

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