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venerdì 2 Ottobre 2026

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Cultura

Ospitalità: in Italia si formano professionisti, ma manca un sistema unico

L’Italia ha un’ospitalità famosa ma una formazione manageriale frammentata. Il confronto con l’EHL di Losanna mostra la distanza.

L’Italia è famosa in tutto il mondo per l’ospitalità, ma la sua formazione manageriale in questo settore rimane frammentata e poco riconosciuta a livello internazionale. Mentre in Svizzera, con l’EHL di Losanna, si costruisce un modello universitario che forma professionisti in grado di gestire aziende e competenze trasferibili, in Italia i percorsi esistono ma non si collegano in modo coerente. La sfida è trasformare questi percorsi separati in un modello italiano dell’ospitalità, senza copiare il modello svizzero.

Formazione manageriale: un settore in crescita ma senza sistema

Le scuole italiane, come Ca’ Foscari a Venezia, l’Università Federico II di Napoli e Cast Alimenti a Brescia, offrono corsi universitari dedicati all’ospitalità, ma spesso con baricentri diversi. Mentre Ca’ Foscari si concentra su innovazione e sostenibilità, Cast Alimenti si avvicina alla gastronomia e al management, e la Federico II si focalizza su hotel e food & beverage. Questi percorsi, pur interessanti, non si integrano in un unico sistema formativo. La mancanza di una cultura dell’ospitalità come competenza manageriale è un ostacolo significativo.

La formazione in Italia non è vista come investimento redditizio

Secondo Marta Cotarella, direttrice di Intrecci, in Italia non è replicabile il modello EHL, dove la formazione è vista come un investimento necessario. «In Svizzera e Francia c’è un maggior valore attribuito alla formazione nel mondo dell’ospitalità e soprattutto alle professionalità formate, e questo parte sin dalle scuole superiori», spiega. In Italia, invece, il sistema basato su attività familiari non riconosce l’investimento formativo come redditizio. Il costo di un percorso universitario in ospitalità, come il Bachelor di EHL, può arrivare a 194.600 euro, ma in Italia i corsi sono spesso più accessibili, ma meno strutturati.

Un modello diverso, ma non sufficiente

Le scuole di management italiane, come la Bocconi Business School, non hanno un percorso specifico dedicato all’ospitalità, pur avendo una reputazione internazionale. L’EHL, invece, ha sviluppato un modello che combina formazione operativa, economia, management e specializzazione. I suoi studenti, dopo quattro anni, non solo imparano a gestire strutture alberghiere, ma anche a lavorare in settori diversi, come finanza o industria. Questo è un aspetto che in Italia non è ancora replicabile.

La formazione pratica è un elemento chiave per il successo

Ezio Indiani, storico direttore dell’Hotel Principe di Savoia, sottolinea che l’EHL parte dall’esperienza pratica per arrivare al management. «Solo per essere ammessi bisogna dimostrare di aver già avuto una minima esperienza nel settore e i primi corsi sono tutti di aspetti molto operativi», spiega. In Italia, invece, i percorsi universitari spesso non si concentrano abbastanza sulla pratica, e questo crea una distanza con i modelli internazionali.

Un futuro che richiede un sistema unico

La sfida per l’Italia non è creare una “EHL italiana”, ma costruire un modello formativo che unisca le competenze esistenti. L’obiettivo è creare un sistema in cui la formazione manageriale dell’ospitalità sia riconosciuta, valorizzata e accessibile. Per farlo, serve un investimento in competenze trasferibili, un legame con le imprese e una cultura che riconosca l’ospitalità come una professione seria e redditizia. Il confronto con l’EHL di Losanna mostra chiaramente la distanza, ma anche le opportunità. In Italia, qualcosa si sta muovendo: corsi universitari, percorsi professionali e iniziative come #laureaccoglienza stanno cercando di dare una forma concreta alla formazione in ospitalità. Il vero problema è se questi elementi possano convergere in un unico modello, capace di rappresentare l’ospitalità italiana a livello internazionale.

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