Il 2 ottobre 2026, al Mattatoio di Roma, ha debuttato in prima nazionale “The Harvest of Broken Promises”, un spettacolo di Pankaj Tiwari che racconta la profonda ferita dell’agricoltura indiana. L’evento, in programma oggi e domani, è parte del Romaeuropa Festival e del focus Flanders State of the Arts. L’opera, nata da un’idea maturata oltre dieci anni fa e sviluppata negli ultimi due anni attraverso una ricerca sul campo in India e in Europa, indaga la trasformazione economica avviata negli anni Novanta, quando il libero mercato ha aperto le porte alle multinazionali del settore agroalimentare e all’introduzione di semi geneticamente modificati.
Un sistema di dipendenza globale
La performance di Tiwari, nato nel 1991 e cresciuto in una famiglia di contadini al confine con il Nepal, esplora come il sistema di dipendenza creato dalle multinazionali non riguardi solo l’India, ma si estenda a livello globale. «Non volevo fare uno spettacolo solo sull’India, ma mostrare come questo sistema di dipendenza sia globale», spiega l’autore. L’artista ha raccolto testimonianze di agricoltori europei, schiacciati dagli stessi giganti dell’agribusiness: «Le stesse aziende che possiedono i semi in India controllano i mercati in Europa». Questo quadro di dipendenza si traduce in una perdita di biodiversità e in una tragedia umana, con quasi quattrocentomila agricoltori e braccianti indiani che si sono tolto la vita tra il 1995 e il 2015, travolti da debiti e impossibilità di riposare la terra.
Il seme non è una proprietà da chiudere a chiave nei banchetti blindati dei miliardari, ma qualcosa da ripiantare, incrociare e far ricrescere. Questa frase, conclusiva del lavoro di Tiwari, sintetizza l’intero messaggio del spettacolo. L’artista non si limita a denunciare, ma propone un’alternativa: «Spezzare questo monopolio significa, innanzitutto, non dimenticare». L’idea di ripiantare, incrociare e far ricrescere non riguarda solo i semi, ma anche le tradizioni e le conoscenze perdute.
Tradizione e modernità in conflitto
Lo spettacolo non si limita a denunciare, ma cerca anche di riconnettere le comunità rurali con la loro tradizione. «L’agricoltura non è mai stata una mera attività produttiva, ma una relazione affettiva e rituale», spiega Tiwari. Le comunità indiane, in particolare quelle rurali, hanno sempre visto l’agricoltura come un rapporto con la terra, un’interazione con l’ambiente che include la venerazione di animali, fiumi e alberi sacri. «Esistono mesi specifici del calendario rituale dedicati persino alla venerazione del corvo o del cane», racconta l’autore. Queste pratiche, spesso considerate obsolete, rappresentano un patrimonio di saperi orali e di pratiche spirituali che si sono perse con l’arrivo dei semi Ogm e dei fertilizzanti chimici.
La performance include sette grandi vasi di terracotta, i Dehri, usati in ogni casa indiana per custodire i semi da una stagione all’altra. Tiwari modella un ottavo vaso d’argilla in tempo reale, una tecnica appresa dalla madre, mentre le testimonianze dei contadini vengono proiettate attraverso la tecnica del video mapping. Questa scelta simbolizza l’idea di ripiantare, incrociare e far ricrescere, non solo i semi, ma anche le tradizioni e le conoscenze perdute.
Il seme è qualcosa da ripiantare, da far ricrescere, da sottoporre a impollinazione incrociata per scoprire qualcosa di nuovo. Questa visione del futuro, proposta da Tiwari, si fonda sulla memoria e sull’azione collettiva. La colonna sonora, firmata dalla compositrice iraniana Nazanin Yalda, mescola elettronica e tradizione, creando un’atmosfera che unisce passato e presente. «E credo che sarà proprio così che le cose andranno avanti. Questo è il futuro, e accadrà», conclude l’autore.



