Il Partito Democratico, dopo un periodo di distacco dal dibattito sull’identità e la discriminazione, torna al ddl Zan, il testo che aveva suscitato dibattiti nel 2022. La decisione di riproporre la legge contro i crimini d’odio, in vista del 2027, segna un ritorno a una logica che ha sempre più radici nella politica italiana. L’obiettivo, come sottolineato da Elly Schlein, è di «fare finalmente una legge contro i crimini d’odio» e di farlo nella prossima legislatura, una volta cambiata la maggioranza. Il ddl Zan, presentato da Alessandro Zan e da altri deputati del Pd il 19 ottobre 2022, è già lì, pronto a essere riproposto. La proposta di legge C.401, come spiegato, «riproduce sostanzialmente» il testo approvato dalla Camera nella precedente legislatura e fermato al Senato il 27 ottobre 2021.
La politica degli “hate crimes” e la classificazione delle identità
La legge contro i crimini d’odio non si limita a punire comportamenti violenti, ma cerca di classificare e rendere giuridicamente leggibili le identità colpite e i pregiudizi dell’aggressore. Sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità diventano non soltanto caratteristiche della persona, ma categorie attraverso le quali lo Stato classifica il conflitto. Questo processo, pur giuridicamente coerente, ha conseguenze politiche profonde. Per riconoscere un’aggressione omotransfobica non basta constatare l’aggressione: occorre rendere giuridicamente leggibile l’identità colpita e il pregiudizio dell’aggressore.
La politica antidiscriminatoria si trova davanti a un paradosso: per impedire che le persone vengano ridotte alla propria appartenenza, deve prima classificare proprio quell’appartenenza. Questo meccanismo, che ha radici in una cultura politica che ha insistito sul carattere fluido, costruito e negoziabile delle identità, si rivela necessario quando si deve amministrare la vulnerabilità. L’identità viene relativizzata quando fonda un’appartenenza; deve invece diventare sufficientemente determinata quando occorre stabilire chi sia oggetto di una discriminazione specifica.
Un sistema panottico per la gestione delle identità
La categoria dominante degli “hate crimes” si è diffusa ben oltre il centrosinistra, come dimostrano i casi dell’antisemitismo e dell’islamofobia. Il 4 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge contro l’antisemitismo, nato da una proposta del leghista Massimiliano Romeo e dal successivo confronto tra sette testi presentati da maggioranza e opposizione. Il ddl sull’antisemitismo e quello Zan non sono equivalenti. Il primo non introduce nuove sanzioni penali, come ha espressamente chiarito il Senato, mentre adotta in via normativa la definizione operativa dell’IHRA e costruisce intorno a essa una strategia nazionale, un coordinamento istituzionale, raccolta dei dati, formazione e monitoraggio.
La differenza giuridica è sostanziale, ma politicamente permette di osservare il medesimo processo a uno stadio diverso. Una forma particolare di ostilità viene separata dal conflitto generale, definita pubblicamente e trasformata in oggetto di una politica autonoma. Alla definizione seguono gli strumenti necessari a renderla operativa: raccolta dei casi, formazione di chi dovrà riconoscerli, strategie nazionali, coordinatori, campagne e strutture amministrative.
La psicologizzazione delle masse ha reso il conflitto politico sempre più leggibile attraverso categorie di vulnerabilità specifiche. Un contrasto tra gruppi può nascere da interessi materiali, concezioni incompatibili della vita comune, mutamenti demografici, trasformazioni urbane, appartenenze religiose, conflitti internazionali, rapporti economici o semplicemente dalla volontà di gruppi differenti di orientare la stessa società in direzioni diverse. Il conflitto politico non presuppone che una delle due parti sia psicologicamente malata. Il vocabolario delle “fobie” tende invece a compiere uno spostamento significativo: l’avversario non sostiene più soltanto una posizione, difende un interesse o rifiuta un cambiamento, ma diventa il portatore di una disposizione morale negativa nei confronti dell’identità altrui.



