Carlotta Gilli, 25 anni, torinese, è l’atleta paralimpica più medagliata agli Europei di nuoto di Kocaeli, in Turchia. Con sei medaglie in sei gare, tra cui oro nei 50, 100 e 400 stile libero, 100 farfalla e 200 misti, e argento nei 100 dorso, la campionessa ha conquistato un bottino ricchissimo. La sua categoria è la S13, riservata agli atleti ipovedenti, e la sua condizione fisica, dovuta alla malattia di Stargardt, non ha mai impedito di raggiungere risultati prestigiosi. Dopo Tokyo 2020 e Parigi 2024, dove ha vinto dieci medaglie paralimpiche, Carlotta ha chiuso la sua stagione con un’esperienza straordinaria, iniziata come portabandiera della delegazione italiana.
La forza di un allenamento personalizzato
La preparazione di Carlotta è un mix di lavoro in acqua e in palestra, organizzato da un allenatore e un preparatore atletico che seguono il suo programma con attenzione. «Se riesco a farcela è tutto merito del mio allenatore e del mio preparatore atletico», ha detto. La sua versatilità, che le permette di competere su distanze e stili diversi, è un risultato di un lavoro costante e di una motivazione che non si spegne mai. È faticoso, però poi pensi alle emozioni che vivi durante le gare, a quando sei sul podio e canti l’inno e ti dici: «Ok, ne vale la pena».
La squadra italiana, che si è piazzata al secondo posto nella classifica per nazioni con 61 medaglie, è un esempio di coesione e forza. «Che squadra è oggi quella italiana? Sicuramente uno squadrone», ha commentato Carlotta. Tra i tanti atleti esperti, ci sono nuove leve che si stanno affermando e che potranno prendere il posto di quelli più esperti. «Ci sono tanti atleti esperti come me, ma per fortuna ogni anno arrivano le nuove leve», ha sottolineato.
Un’evoluzione nel racconto dell’atleta
Carlotta ha sottolineato come negli anni passati l’atletismo paralimpico fosse spesso raccontato come una storia di “poverini” che facevano imprese eccezionali. «I primi anni in cui gareggiavo nel mondo paralimpico venivamo raccontati come i poverini, che però facevano delle imprese eccezionali. Adesso, finalmente, si comincia a raccontare l’atleta», ha detto. Questa evoluzione non solo ha migliorato la visibilità del movimento, ma ha anche reso più accessibile l’idea che l’atletismo paralimpico sia un’attività sportiva di alto livello, non solo un’esperienza di superamento personale.
Carlotta ha anche parlato delle difficoltà che i giovani con disabilità incontrano quando vogliono iniziare a praticare sport. «Molte volte la prima barriera sono i genitori perché vedono i figli disabili come dei figli più fragili, che devono stare a casa e che non possono fare tante cose», ha detto. Per lei, invece, l’attività sportiva è fondamentale, non solo per diventare campioni, ma anche per stare bene fisicamente e psicologicamente. Invece bisognerebbe capire che l’attività sportiva è fondamentale e non per diventare campioni, ma per stare bene.
Nonostante i successi, Carlotta guarda al futuro con un’altra prospettiva. «Io ho avuto la fortuna di fare l’atleta, ma quando appenderò la cuffia al chiodo vorrei chiudere questa parentesi e dedicarmi semplicemente al nuoto come divertimento, insegnando ai bambini ad amare l’acqua», ha concluso. La sua storia è un esempio di come l’atletismo paralimpico non solo è un’attività sportiva, ma anche un mezzo per trasmettere valori e motivazioni a nuove generazioni.



