La scienza cerca di rendere più equo lo sport paralimpico, riducendo le disuguaglianze e le limitazioni che ancora oggi influenzano i risultati. Dalla classificazione funzionale agli strumenti tecnologici, la ricerca si concentra su metodi sempre più oggettivi per garantire una competizione più giusta. L’obiettivo è ridurre il peso della disabilità sul risultato e far sì che le prestazioni siano valutate in base a abilità, condizione fisica e tattica, senza discriminazioni ingiuste.
Classificazioni e disuguaglianze
La classificazione funzionale è un sistema complesso che raggruppa gli atleti in classi sulla base dell’impatto della loro disabilità sulla prestazione. Questo meccanismo, pur essendo in evoluzione, presenta ancora limitazioni e problematiche intrinseche. «Per quanto si sia evoluto negati anni attraverso metodi sempre più oggettivi, il processo di classificazione presenta ancora limitazioni e problematiche intrinseche», precisa Lucio Caprioli, ricercatore all’Università di Roma Tor Vergata. Un caso emblematico è quello del campione di nuoto francese Théo Curin, che ha boicottato le Paralimpiadi di Tokyo per la presenza in sua classe di atleti con abilità non paragonabili. «Il campione di nuoto francese che da bambino ha subito l’amputazione di avambracci e piedi a causa di una meningite fulminante decise di boicottare le Paralimpiadi di Tokyo per la presenza, nella sua stessa classe, di atleti che possedevano l’uso di entrambe le mani, ritenendola una disparità», spiega.
Strumenti tecnologici per valutazioni più precise
Per migliorare l’oggettività, si stanno utilizzando sensori, video e nuovi protocolli. Ad esempio, nel nuoto, il tempo di gara viene convertito in un punteggio, che permette di confrontare le prestazioni a livello internazionale. «Nel nuoto, si utilizza un sistema che converte il tempo in un punteggio: ogni classe ha dei propri tempi di riferimento, il tempo di gara dell’atleta viene quindi inserito all’interno di una formula matematica che produce un punteggio utile a capire quanto vale quella prestazione a livello internazionale», spiega Caprioli.
Questi strumenti non solo migliorano la precisione delle valutazioni, ma anche la fiducia degli atleti nel processo. «L’impiego di analisi video o di sensori minuscoli e non invasivi indossati durante l’attività consente di raccogliere dati oggettivi, che supportano la valutazione del classificatore e migliorano il grado di fiducia dell’atleta verso l’intero processo», afferma Caprioli. La collaborazione tra l’università di Tor Vergata e il Comitato italiano paralimpico (Cip) sta diventando fondamentale per migliorare il sistema. La collaborazione tra l’università di Tor Vergata e il Comitato italiano paralimpico (Cip) sta diventando fondamentale per migliorare il sistema. L’obiettivo è creare un protocollo ripetibile anche all’estero, per ampliare il campione di dati e dare maggiore solidità alla ricerca.
Oltre alla complessità di standardizzare le procedure, negli sport paralimpici si avverte la difficoltà di produrre statistiche a causa della scarsa numerosità campionaria, perché ogni atleta è diverso e unico nel suo genere. «Oltre alla complessità di standardizzare le procedure, negli sport paralimpici si avverte la difficoltà di produrre statistiche a causa della scarsa numerosità campionaria, perché ogni atleta è diverso e unico nel suo genere», conclude Caprioli.
Nonostante le evidenze incoraggianti, non sono mancate alcune critiche, fino a casi estremi come quello di Théo Curin. Nonostante le evidenze incoraggianti, non sono mancate alcune critiche, fino a casi estremi come quello di Théo Curin. L’ambiente in Italia è considerato molto sportivo, ma esistono ancora problematiche. «Nella mia esperienza, ho notato in Italia un ambiente molto sportivo, le pratiche scorrette rappresentano una casistica limitata, ma ho anche avuto feedback di atleti che si lamentavano per l’attribuzione di una determinata classe», racconta Caprioli. Il rischio di “cheating” – ovvero l’abuso di sistemi per ottenere una classificazione più favorevole – rimane un problema. «C’è poi il problema del cheating, ossia il rischio che un atleta durante la valutazione possa di proposito limitare le sue abilità per cercare di essere attribuito a una classe più bassa per vincere con più facilità: può essere smascherato solo durante l’osservazione in gara», afferma.



