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lunedì 5 Ottobre 2026

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L’Italia deve costruire il tavolo per l’AI, non solo partecipare

L’Italia cerca di costruire un ecosistema nazionale per l’AI, non solo partecipare alle Gigafactory europee.

L’Italia sta cercando di fare una scelta strategica: non solo partecipare alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, ma costruire un ecosistema nazionale in grado di competere a livello europeo. Il progetto, in fase di definizione a Palazzo Chigi, mira a creare una Gigafactory AI in grado di mettere insieme competenze, capitali e infrastrutture per sviluppare una capacità computazionale sovranazionale. L’obiettivo non è solo realizzare un’infrastruttura, ma creare un ambiente in cui ricerca, imprese e startup possano collaborare per sviluppare soluzioni innovative. La sfida è enorme, ma la strategia sembra essere chiara: l’Italia non deve più inseguire, ma guidare.

Un progetto che unisce industria e ricerca

Il progetto italiano, che potrebbe arrivare a Bruxelles entro il 3 dicembre, è stato messo in regia dal sottosegretario Alfredo Mantovano. Al tavolo stanno convergendo alcune delle aziende più importanti del Paese, tra cui Eni, Tim e Leonardo. Il perimetro potrebbe allargarsi a Cdp, Enel, Fincantieri, FiberCop, Snam e Saipem. L’obiettivo è creare una piattaforma nazionale in grado di attrarre capitali internazionali, talenti e startup. L’idea è che non basta avere una Gigafactory in Italia, ma bisogna fare in modo che attorno a essa cresca una nuova filiera. Questo è il punto decisivo, forse persino più importante dei miliardi.

La ricerca e l’educazione come pilastro

Per costruire un ecosistema nazionale dell’intelligenza artificiale, è fondamentale coinvolgere pienamente i tre Politecnici italiani: Milano, Torino e Bari. Queste università rappresentano un pezzo chiave della vocazione tecnologica e industriale del Paese. Milano porta con sé il sistema industriale e finanziario più forte del Paese, Torino ha una tradizione straordinaria nell’ingegneria, nell’automotive e nell’aerospazio, mentre Bari potrebbe diventare un punto di accesso per il Mezzogiorno alla nuova economia digitale. L’obiettivo non è costruire un’ennesima struttura pubblica, ma creare un ambiente in cui ricercatori, startup e imprese possano collaborare per sviluppare soluzioni concrete.

La politica industriale italiana, per la prima volta da tempo, sembra tornare a significare esattamente ciò che dovrebbe: mettere insieme competenze, capitali, infrastrutture ed energia per costruire qualcosa che nessuna azienda, da sola, avrebbe la forza di realizzare. L’AI non è soltanto una questione di algoritmi. È energia, potenza di calcolo, semiconduttori, cloud, telecomunicazioni, sicurezza, dati. È infrastruttura. E dunque politica industriale nel senso più classico del termine.

Un’infrastruttura che cambia il gioco

La sfida italiana, allora, è semplice da enunciare e difficilissima da realizzare: trasformare una coalizione di grandi imprese in una piattaforma nazionale capace di attrarre anche capitali internazionali, talenti e startup. L’Europa ha capito che senza capacità computazionale non esiste sovranità tecnologica. Le sue future Gigafactories dovranno mettere a disposizione oltre 100mila processori AI avanzati ciascuna e integrare calcolo, energia, networking e data center efficienti. L’Italia, con il progetto in corso, ha la possibilità di fare una scelta strategica: non solo partecipare alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, ma guidarla.

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