Il negoziato con il Cremlino non è una soluzione al conflitto in Ucraina, ma un pretesto per condizionare la sovranità del Paese e giustificare il sacrificio dei suoi cittadini. Dopo la Leopolda, il campo politico italiano ha confermato che non esiste una forza in grado di opporsi alla vulgata anti-bellicista, che vede nel negoziato l’unica via per risolvere la guerra. Tuttavia, questa visione non tiene conto del fatto che la Russia non è disposta a trattare, ma solo a pretendere. La logica del negoziato, come sottolineato da Carmelo Palma, è un corollario del teorema disarmista, che mira a condizionare l’Ucraina e privarla di ogni alternativa alla resa.
La guerra non si risolve con il dialogo
La tesi trattativista, pur promettendo una pace costruita sul dialogo, si basa su una logica che non mira a indebolire la posizione russa, ma a legittimare le protezioni sull’Ucraina. Questo approccio, seppur retoricamente pacifista, risulta essere un’arma a doppio taglio, poiché si giustifica il sacrificio umano degli ucraini come prezzo per una pace costruita sul tributo del loro sangue e della loro libertà. La Russia, attraverso le sue autorità, ha quasi quotidianamente escluso ogni ipotesi di negoziato che non incorpori la sovranità di Mosca sui territori formalmente annessi.
La difesa militare è la sola via per costringere la Russia a trattare
La realtà dei fatti, ma anche la verità morale della vicenda, è che proprio sul campo di battaglia, nelle trincee fortificate del fronte orientale, nella difesa militare della popolazione e delle infrastrutture civili, si gioca la possibilità di indebolire la posizione russa e aprire a una logica negoziale che non sia di mera ratifica dei desiderata di Putin. La difesa ucraina, seppur costosa, è la sola via per costringere la Russia a trattare, non solo a pretendere tutto.
Le divisioni interni al campo politico
Il campo politico italiano, noto come “campo largo”, si divide tra chi vorrebbe usare le forniture militari difensive per ammorbidire la posizione ucraina e chi, come Conte e il fronte pacifista, vorrebbe semplicemente cessarle per affrettare la capitolazione di Zelensky. Questa visione, pur avendo un’origine storica simile a quella del 1938 a Monaco, si presenta oggi come una forma di ricatto che potrebbe portare a una pace perpetua, ma a costo di una sottomissione totale dell’Ucraina.
La destra non sfida il senso comune anti-bellicista
La destra, pur non essendo in grado di sfidare il senso comune anti-bellicista, concede retoricamente qualcosa di più al patriottismo ucraino, sempre precisando che «non siamo nemici della Russia». Questo atteggiamento, seppur non esplicitamente ostile, non cambia il fatto che il negoziato non è una soluzione, ma un pretesto per condizionare la sovranità ucraina e giustificare il sacrificio dei suoi cittadini. La liturgia pacifista, con la sua enfasi retorica sulla sfida disarmata e disarmante a una logica di morte, serve ad apparecchiare e giustificare il sacrificio umano degli ucraini, per propiziare una pace europea costruita sul tributo obbligato del loro sangue e della loro libertà individuale e identità nazionale. La verità è che il negoziato non è una soluzione, ma un pretesto per il sacrificio degli ucraini, e questo non può essere accettato come una via d’uscita.



