Il 7 ottobre 2026, tre anni dopo l’attacco di Hamas che causò la morte di circa 1.200 persone in Israele e il rapimento di oltre 250 ostaggi, Rachel Goldberg-Polin racconta al Sir il suo dolore quotidiano, la memoria del figlio Hersh e la difficile ricerca della speranza. La madre del giovane israeliano sequestrato durante il massacro al festival Nova e ucciso in prigionia, parla di sofferenza, di lutto e di una ferita che non si è ancora rimarginata. La sua voce, però, non si limita al dolore: cerca di immaginare un futuro diverso per entrambi i popoli, in cui la spirale di odio e violenza possa essere spezzata.
Il dolore non si cancella
“Ci sono milioni di genitori nel mondo che, oggi, hanno seppellito i propri figli”, dice Rachel, con una voce che sembra mescolare dolore e determinazione. Per lei, il lutto per Hersh non è un evento passato, ma una presenza costante, che la accompagna ogni giorno. “Eppure, ogni giorno, la perdita di Hersh è costantemente presente, proprio sopra di me”, racconta. La sua sofferenza non è un’eccezione, ma una realtà condivisa da tante altre famiglie, sia israeliane che palestinesi. Non esiste una competizione del dolore. Non c’è una gara per stabilire quali lacrime siano più salate. Fin dalla mattina del 7 ottobre 2023, mio marito e io abbiamo detto che ci preoccupiamo delle persone innocenti che soffrono. E quelle persone si trovano da entrambe le parti… di tutti i conflitti.
Un’alternativa alla guerra
Rachel non si limita a parlare del dolore, ma cerca anche una via d’uscita. “Invece di considerare questa una questione binaria tra ‘israeliani’ e ‘palestinesi’, forse si potrebbe pensare in termini di ‘persone disposte a prendere in considerazione una strada diversa’ oppure ‘persone che vogliono continuare a percorrere un ciclo di dolore, perdita e violenza’”, spiega. Per lei, l’ascolto e l’empatia sono strumenti essenziali per spezzare la spirale di odio.
La speranza è un comando. È una richiesta esigente. Spera! La speranza, tuttavia, continua a essere qualcosa che consideriamo obbligatorio. Nonostante la sofferenza e il dolore. È una caratteristica inscritta nel DNA della maggior parte delle persone: continuare a tendere verso la luce, anche quando l’angoscia appare oscura. Rachel ricorda che la speranza non è solo un sentimento, ma un’azione. “Amo il fatto che non sia un consiglio né un suggerimento. È un comando. Una richiesta esigente. Spera!”, conclude. La sua voce, sebbene dolorosa, è anche un appello: un invito a non scegliere una parte, ma a cercare una via diversa, in cui la vita possa essere scelta, non la morte.
La storia della sua famiglia è conosciuta in tutto il mondo e il suo libro, intitolato When we see you again, dove racconta il dolore della perdita di suo figlio Hersh, ha toccato innumerevoli lettori. “Noi non siamo un caso unico. Ci sono milioni di genitori nel mondo che, oggi, hanno seppellito i propri figli. È qualcosa di orribile, tragico e devastante per l’anima. Ma non è unico.”
Rachel ha anche sottolineato l’importanza di tenere insieme entrambe queste realtà. “La tentazione è sempre quella di estremizzare. Di scegliere una ‘parte’ o una ‘squadra’. Ma non esiste una competizione del dolore. Non c’è una gara per stabilire quali lacrime siano più salate.” “La scelta è difficile. Ma la scelta è nostra. Possiamo scegliere la vita. Oppure possiamo scegliere la morte. Prego che troviamo l’ispirazione per scegliere bene.”



