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giovedì 8 Ottobre 2026

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Scienza

Jonathan, la tartaruga gigante più vecchia del mondo, svela segreti del Dna per la sua longevità

Un’analisi del Dna di Jonathan, la tartaruga gigante più vecchia del mondo, rivela meccanismi di longevità unici.

Jonathan, la tartaruga gigante delle Seychelles considerata il più vecchio animale terrestre vivente al mondo, ha rivelato attraverso l’analisi del suo Dna segreti sulla sua eccezionale longevità. Con quasi 200 anni, Jonathan ha mantenuto una sorprendente stabilità nei meccanismi che regolano la riparazione del Dna, il metabolismo e altre funzioni cellulari legate all’invecchiamento. Questo stato di conservazione ha reso possibile uno studio unico, che ha portato alla scoperta di varianti genetiche e epigenetiche associate a processi come la riparazione del Dna, il controllo dell’infiammazione e la regolazione dell’insulina.

Un caso eccezionale di longevità

Jonathan, nato intorno al 1832 e arrivato a Sant’Elena 144 anni fa come dono al governatore, è contemporaneo di Charles Darwin e della regina Vittoria. La sua età, stimata intorno ai 194 anni, supera di circa un secolo quella raggiunta dalla maggior parte delle tartarughe giganti di Aldabra. Questo lo rende un caso estremo persino per una specie già nota per la longevità. L’analisi del suo genoma ha individuato 287 varianti genetiche peculiari, che potrebbero contribuire a spiegare la sua capacità di mantenere un’alta funzionalità cellulare per così tanto tempo.

La stabilità epigenetica di Jonathan è un fenomeno raro. Con l’età, i modelli di metilazione del Dna tendono normalmente ad accumulare modificazioni casuali, un fenomeno definito “entropia della metilazione”. In Jonathan, questa entropia è risultata bassa in specifiche regioni regolatrici di geni coinvolti nella funzione dei mitocondri, nell’elaborazione dell’Rna e nella riparazione del genoma. Questa caratteristica potrebbe permettere una regolazione precisa delle funzioni cellulari fondamentali, contribuendo alla sua longevità.

Un modello per la ricerca sull’invecchiamento

Il materiale genetico è stato raccolto attraverso campioni prelevati dall’interno della guancia, con la promessa di cibo per convincere Jonathan ad aprire la bocca. L’analisi ha confrontato le caratteristiche genetiche e epigenetiche di Jonathan con quelle di quattro altri esemplari, da individui giovani a adulti anziani. I risultati non identificano un singolo “gene della longevità”, ma piuttosto una combinazione di varianti genetiche e di conservazione epigenetica che potrebbe spiegare la sua eccezionale longevità.

Lo studio non dimostra che le varianti genetiche siano da sole responsabili della sua longevità. Gli scienziati ritengono che comprendere come organismi eccezionalmente longevi riescano a limitare il deterioramento molecolare possa offrire nuovi indizi sui meccanismi fondamentali dell’invecchiamento. Tuttavia, lo studio non dimostra che le varianti individuate siano da sole responsabili della sua longevità, né che gli stessi meccanismi possano essere trasferiti direttamente all’uomo. “Abbiamo già risolto in natura il puzzle dell’invecchiamento in modi straordinari e il genoma di Jonathan fornisce un modello di resilienza cellulare”, afferma Stephen Clark, fondatore di Kallel e autore senior dello studio. La ricerca ha aperto nuove prospettive per comprendere i processi biologici che permettono a un organismo di mantenere la sua funzionalità per centinaia di anni.

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