Roberto Malvolti, referente per l’Emilia-Romagna dell’associazione Sos Italia Libera, è stato rinviato a giudizio insieme alla moglie Roberta Cepar per caporalato, lesioni colpose aggravate e sfruttamento dell’immigrazione clandestina. L’attivista, noto per la sua battaglia contro l’usura e il racket, è accusato di gestire un sistema di sfruttamento nei confronti di braccianti tunisini, quasi tutti clandestini, in un’azienda agricola di famiglia a Castelnovo ne’ Monti. L’inchiesta ha rivelato un quadro di condotte illegali in contrasto con le posizioni pubbliche di Malvolti, che per anni ha predicato la legalità e la trasparenza.
sfruttamento clandestino e condizioni di lavoro disumane
Secondo l’accusa, i braccianti tunisini sono stati costretti a turni di lavoro estenuanti, con oltre 13 ore al giorno, sette giorni su sette, per un compenso di 4,46 euro all’ora, ben al di sotto degli 8,86 previsti dai contratti nazionali. Tre dei quattro lavoratori erano privi di permesso di soggiorno, rendendoli vulnerabili e ricattabili. La situazione si è aggravata quando un bracciante si è fratturato due dita a causa di un macchinario taglialegna utilizzato senza formazione né dispositivi di protezione. Malvolti, che si presentava come paladino della giustizia, avrebbe caricato il ferito in auto e intimandogli di mentire ai medici, dicendo che l’incidente era «domestico» per evitare che si risalisse all’azienda.
La difesa sostiene che i braccianti erano tutti in regola e provvisti di busta paga.
La coppia Malvolti ha richiesto 250 euro al mese di affitto per un alloggio ricavato in un capannone fatiscente, privo di infissi, a pochi passi dalle stalle. L’azienda, seppur in condizioni critiche, ha offerto un «welfare aziendale invidiabile», ma in realtà si è rivelata un sistema di sfruttamento. L’associazione Sos Italia Libera ha dichiarato di essere estranea ai fatti, ma non ha sospenduto formalmente il referente. Malvolti, in difesa, sostiene che i braccianti tunisini erano tutti in regola e provvisti di busta paga, e che il giovane denunciato non era mai stato loro dipendente, ma semplice ospite. La verità penale sarà stabilita nel processo del 2027.
un sistema di condotte in contrasto con i principi pubblici
La situazione ha suscitato scalpore per la contraddizione tra le posizioni pubbliche di Malvolti, che ha sempre denunciato il racket e l’usura, e le condotte private, che sembrano contraddire i principi stessi che ha predicato. L’inchiesta ha scoperchiato un sistema di sfruttamento che, se confermato, rappresenterebbe un ulteriore cortocircuito nella lotta alla illegalità. Il processo, che si terrà a Reggio Emilia, potrebbe rivelarsi un caso emblematico di doppie faccie e di abuso di posizioni pubbliche per interessi privati.
La difesa contesta l’impianto accusatorio come frettoloso e non fondato.
La Procura di Reggio Emilia ha scoperchiato un presunto sistema che sembra uscito da un manuale di archeologia dello sfruttamento. I migranti, va precisato, non prestavano servizio per l’associazione antimafia (estranea ai fatti), ma si spaccavano la schiena esclusivamente nell’azienda privata e nell’allevamento di bestiame dei coniugi Malvolti. Un super sfruttamento feroce che, secondo i magistrati, è stato possibile proprio perché tre dei quattro lavoratori erano completamente privi di permesso di soggiorno: fantasmi burocratici ricattabili, intrappolati nella morsa della clandestinità.
Il giudice Andrea Rat lo ha spedito a processo insieme alla moglie, Roberta Cepar, per caporalato, lesioni colpose aggravate e sfruttamento dell’immigrazione clandestina. In pratica, il censore del malaffare sarebbe stato pizzicato a gestire un bizzarro concetto di «accoglienza e legalità». La difesa, affidata all’avvocato Damon Zangheri, parla di indagini «frettolose» e contesta radicalmente l’impianto accusatorio.



