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venerdì 9 Ottobre 2026

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Padre Gusmeroli racconta la guerra e i progetti di speranza in Centrafrica

Missionario italiano in Centrafrica racconta trauma guerra, pozzi in costruzione e scuola tecnica per i giovani.

Padre Beniamino Gusmeroli, missionario del Sacro Cuore di Betharram, racconta la situazione drammatica del Centrafrica, un Paese segnato da conflitti, povertà e instabilità, ma anche da iniziative di speranza. Dalla periferia estrema di Bangui, il missionario italiano vive in mezzo alla gente, tra le difficoltà quotidiane e i progetti di aiuto. Da prima dell’estate ad oggi, non si è mai fermato, spostandosi tra le attività di costruzione di pozzi, distribuzione di cibo e assistenza medica. La sua testimonianza offre un quadro di una realtà in bilico tra guerra e tentativi di ricostruzione.

La guerra e la vita quotidiana

Il Centrafrica, come racconta padre Gusmeroli, è un Paese in cui la popolazione ha visto un continuo susseguirsi di colpi di Stato, ammutinamenti, ribellioni e violenze di ogni genere. La guerra ha lasciato ferite profonde, che si riaffiorano nella vita quotidiana. La strada del quartiere in cui vive è una pista fangosa e piena di buche, che rende difficile anche il passaggio delle jeep. La gente, spesso in cerca di sicurezza, ha trovato rifugio in questa zona, ma la sicurezza è fragile e il trauma della guerra continua a influenzare la vita delle persone. La vita dei missionari è in continuo movimento, tra l’Eucaristia e la costruzione di pozzi, tra le emergenze di ogni tipo e il lavoro fisico, tra la preghiera e la necessità di garantire acqua, cibo e cure. “Gran parte di questa zona è soggetta ogni anno alle inondazioni del grande fiume Oubangui, che raccoglie le acque delle regioni a sud-est, creando, nei periodi delle piogge, piene che fanno straripare il fiume e inghiottono le molte fragili case di fortuna che queste popolazioni sono riuscite a mettere insieme”, spiega il missionario.

Progetti di aiuto e speranza

Nonostante le difficoltà, la Chiesa missionaria c’è e dove arriva fa “miracoli”. Padre Gusmeroli racconta di pozzi in costruzione, di scuole in progettazione e di distribuzione di cibo. “Oggi ultimiamo i lavori al pozzo numero due a Bobassa: stanno già infilando i tubi! E le pompe presto funzioneranno”, spiega. Anche la distribuzione di zucchero, riso e sale è parte del lavoro quotidiano. La sua visione è chiara: “Il mio sogno? Una scuola tecnica che prepari a un mestiere”. Un sogno concreto, come i pozzi che ogni giorno si scavano nella terra, come i tubi che vengono infilati uno dopo l’altro, come i sacchi di riso e di zucchero che vengono distribuiti.

La popolazione vive in condizioni di estrema povertà, con i prezzi dei medicinali proibitivi. “La visita medica si paga, se devi essere ospedalizzato bisogna che paghi. Tanti, troppi non possono permettersi le cure”. La situazione è drammatica, ma la Chiesa missionaria non si arrende. Padre Gusmeroli, che vive in una casa semplice nel quartiere, racconta di bambini che vanno a vendere frutta e verdura, di risate e pianti, di un mondo in bilico tra guerra e speranza. “Il mio sogno nel cassetto” è una scuola tecnica, un progetto che unisce lavoro, fede e futuro.

La strada, in questo quartiere della periferia estrema di Bangui, è “una pista fangosa e piena di buche che rende difficile anche il passaggio delle jeep”. Il quartiere a sud-ovest si è formato in seguito allo sfollamento della popolazione dalle zone di guerra. La gente era in cerca di sicurezza, ma la sicurezza è fragile e il trauma della guerra continua a riaffiorare nella vita quotidiana. La vita dei missionari e dei volontari delle parrocchie è in continuo movimento: si divide tra l’Eucaristia e la costruzione di pozzi, tra le emergenze di ogni tipo e il lavoro fisico, tra la preghiera e la necessità di garantire acqua, cibo e cure.

La Chiesa missionaria c’è e dove arriva fa “miracoli”. Padre Gusmeroli racconta che “come in tutte le parrocchie della capitale, anche in quella di Notre Dame de la Visitation, i punti di forza sono i movimenti ecclesiali, dai bambini ai giovani agli adulti. La parrocchia è animata, le celebrazioni sono solenni”. “Lo shock della guerra si sente sulla gente – spiega ancora –. Ci vuole una certa capacità di leggere il cuore e di interpretare le espressioni degli occhi”. E a lui questo surplus di umanità non manca.

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