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Silvia Bonomi, l’allevatrice che difende la pecora sopravissana nei Monti Sibillini

Silvia Bonomi, allevatrice a Ussita, difende la pecora sopravissana e la lana. Recupero genetico e formazione internazionale.

Silvia Bonomi, 40enne allevatrice che vive da circa 18 anni nel cuore del Parco nazionale dei Monti Sibillini, ha scelto di rimanere a Ussita nonostante le devastazioni del terremoto del 2016. La sua decisione è motivata da un impegno personale e professionale: salvaguardare la pecora sopravissana, una razza a rischio estinzione legata all’Appennino centrale. L’allevatrice, originaria di un’altra regione, ha dichiarato che “questo posto l’ho scelto per vivere”, e che il suo amore per il territorio e per la razza ovina la ha spinta a rimanere nonostante le infinite difficoltà. La sua scelta non è solo un atto di fedeltà al luogo, ma un impegno che si estende a tutta la comunità e al recupero di una tradizione antica.

Un lavoro di recupero e innovazione

Il lavoro di Silvia inizia con la selezione genetica delle pecore sopravissane, una razza che ha visto un calo significativo nel numero di esemplari negli ultimi anni. Dopo anni di esperienza, l’allevatrice ha sviluppato una metodologia per gestire i cani da pastore maremmano-abruzzese, utilizzati per proteggere le greggi dagli attacchi dei predatori. Un attacco di lupo, avvenuto all’inizio della sua attività, ha causato la perdita di 16 pecore su un gregge di circa 40 animali, compromettendo parte del lavoro di selezione genetica. Tuttavia, grazie a scelte oculate nella gestione dei cani, Silvia ha ridotto le perdite e ha potuto proseguire con il recupero della razza.

La sua scelta di rimanere a Ussita non è solo un atto di fedeltà al luogo, ma un impegno che si estende a tutta la comunità. Il terremoto del 2016 ha cancellato interi borghi e ha causato danni profondi, ma l’allevatrice non ha mai smesso di scommettere su un luogo che ha visto la sua crescita e il suo impegno. “Il terremoto mi ha rubato dieci anni di tempo”, ha ammesso, ma ha aggiunto che, se tornasse indietro, “sicuramente sì” ripeterebbe la stessa scelta. La sua decisione è supportata anche dal recupero dell’esperienza del nonno, che un secolo fa proteggeva il bestiame con i cani. Questa tradizione, oggi rinnovata, è diventata un punto di riferimento per l’allevatrice, che ha anche iniziato a insegnare all’estero come gestire i cani da pastore per la difesa delle greggi.

La lana come valore aggiunto

Negli ultimi anni, il recupero della pecora sopravissana si è accompagnato alla valorizzazione della sua lana, un prodotto di qualità che Silvia ha iniziato a trasformare in piumoni, trapunte e, più recentemente, in capi di abbigliamento e maglieria. Questo approccio ha trasformato la tutela della razza in un progetto economico sostenibile, capace di generare nuovi prodotti e di creare opportunità per l’azienda. La lana sopravissana, descritta come “meravigliosa” dall’allevatrice, rappresenta un ulteriore strumento per la conservazione della razza e per la sua diffusione a livello internazionale.

La sua attività ha portato risultati tangibili, tanto che Silvia è stata chiamata in diversi Paesi, come la Finlandia e l’Australia, per condividere le sue conoscenze e metodi. Questo successo non è solo un riconoscimento personale, ma un segno di quanto il lavoro di conservazione e innovazione possa avere un impatto significativo a livello globale. Per Silvia, il recupero della pecora sopravissana è un progetto che unisce passato e futuro, tradizione e modernità, e che rappresenta un impegno che non ha mai smesso di essere vitale.

La permanenza a Ussita, nel cratere sismico maceratese, è per Silvia una scelta personale, ma anche un atto di fiducia nel territorio. Il terremoto del 2016 ha cancellato interi borghi e ha causato danni profondi, ma l’allevatrice non ha mai smesso di scommettere su un luogo che ha visto la sua crescita e il suo impegno. “Il terremoto mi ha rubato dieci anni di tempo”, ha ammesso, ma ha aggiunto che, se tornasse indietro, “sicuramente sì” ripeterebbe la stessa scelta. La sua decisione è supportata anche dal recupero dell’esperienza del nonno, che un secolo fa proteggeva il bestiame con i cani. Questa tradizione, oggi rinnovata, è diventata un punto di riferimento per l’allevatrice, che ha anche iniziato a insegnare all’estero come gestire i cani da pastore per la difesa delle greggi.

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