Il 9 ottobre 1963, nella Valle del Piave, in provincia di Belluno, si scatenò una tragedia che segnò per sempre la vita di migliaia di persone. Il Vajont, un torrente che scorre nella valle di Erto e Casso, divenne simbolo di una catastrofe umana, causata dall’ingegneria e dall’avidità. Micaela Coletti, una bambina di dodici anni all’epoca, racconta con voce ferma e profonda la sua esperienza: «Il fango mi seppellì e mi ritrovai sola». La sua storia, oggi, è un monito per il presente e per il futuro.
Una tragedia provocata dall’uomo
La diga del Vajont, costruita per sfruttare le risorse idroelettriche, fu un progetto che si rivelò una scelta fatale. La frana del Monte Toc, scatenata da un’ingenuità tecnica e da una mancanza di ascolto della natura, causò l’immensa ondata di fango e acqua che distrusse le comunità di Longarone e Castellavazzo. «Il Vajont non è stato un’imprevedibile calamità naturale, ma una tragedia provocata dall’uomo, dall’avidità di profitto e dalla fretta di collaudare un’opera senza ascoltare la natura», spiega Micaela. L’ingegneria, in quel momento, non fu accompagnata da una responsabilità etica. La tragedia non fu solo un disastro naturale, ma una scelta umana. L’ingegneria, in quel momento, non fu accompagnata da una responsabilità etica. L’avidità e la fretta di collaudare un’opera senza ascoltare la natura portarono a una tragedia che non fu solo un disastro, ma una scelta fatta da chi aveva il potere di decidere.
La voce di una sopravvissuta
Micaela Coletti, oggi una donna di mezza età, ricorda con dolore i giorni prima del disastro. «Eravamo cinque figli e io ero la terza. Mio padre lavorava proprio lì, nei cantieri della diga. A casa, durante il pranzo e la cena, c’era da giorni un’atmosfera strana. Io ero piccola, ma percepivo chiaramente i bisbigli e la preoccupazione nei discorsi tra i miei genitori. Papà capiva che c’era qualcosa che non andava, tanto nella montagna quanto nella struttura. Ricordo che avevano persino ipotizzato di mandarci a Belluno, da una zia, se la situazione fosse peggiorata. Purtroppo non fecero in tempo a metterci in salvo».
La sua infanzia finì in un istante. La sera del 9 ottobre 1963, l’onda d’acqua e fango travolse tutto. «Fu un volo tremendo e cieco, nel buio. L’onda d’acqua e fango (che si stima abbia superato i 250 metri d’altezza) generata dalla frana del Monte Toc travolse tutto, strappandomi dalla mia casa e scaraventandomi a più di cinquecento metri di distanza in linea d’aria. Mi sono risvegliata completamente sepolta sotto terra e detriti, immobilizzata, con fuori soltanto un piede e una mano. Quando i soccorritori arrivarono per cercare eventuali superstiti, videro quella mano muoversi nel fango e cominciarono a scavare. Ricordo ancora le loro parole: “Abbiamo trovato un’altra vecchia!”. Io, da sotto la terra, pensai: “Ma se ho solo dodici anni!”.
Oggi, Micaela Coletti spende il suo tempo incontrando i ragazzi nelle scuole. «Vado nelle scuole perché ho capito che la memoria non deve essere un monumento fossile, ma un impegno attivo per il presente. Quando parliamo del Vajont spesso ci si ferma all’aspetto tecnico o idraulico. Ma dietro quei numeri ci sono persone in carne e ossa, sogni spezzati, famiglie annientate. AI giovani non nascondo nulla: mi metto a nudo davanti a loro, racconto i miei dubbi e la fatica di ripartire da zero. Vedere i ragazzi che si commuovono e capiscono l’importanza della dignità umana e della custodia del creato è per me la gioia più grande. Quando un giovane mi si avvicina e mi abbraccia, sento che il dolore sofferto non è stato vano e che le voci di chi non c’è più continuano a parlare attraverso di noi».
La memoria non è solo un ricordo, ma un impegno. Micaela Coletti non si ferma al passato, ma si impegna per il presente. La sua voce, forte e ferma, è un monito per il futuro. La tragedia del Vajont non si è mai conclusa per lei, ma è diventata un impegno per non farla dimenticare.



