La Corte costituzionale ha reso più semplice il percorso per i proprietari che desiderano trasformare uffici in abitazioni in Puglia. Con la sentenza n. 161/2026, la Corte ha chiarito che i Comuni possono autorizzare il cambio d’uso degli edifici esistenti, anche se negano tali permessi per quelli ancora da costruire. Questa decisione ha aperto nuove possibilità per chi possiede immobili in zone a destinazione mista e vuole sfruttarli per scopi residenziali.
La sentenza ha reso più difficile per i Comuni il motivo di diniego basato sulla mancanza di distinzione tra vecchio e nuovo, un argomento che aveva bloccato molte richieste. Per poter procedere, i proprietari devono verificare due condizioni: che l’immobile si trovi in una zona mista in cui il Comune ha attivato la deroga dell’articolo 8-bis della legge regionale n. 33 del 2007, e che la delibera comunale preveda oggi tali opzioni.
possibilità per i proprietari e le città
Per molti proprietari, e per le città pugliesi che hanno interi edifici direzionali vuoti da recuperare, questa notizia è attesa da tempo. Chi possiede in Puglia un ufficio, uno studio o un locale direzionale in una zona a destinazione mista e da tempo pensa di trasformarlo in abitazione, ha una ragione in più per riprendere in mano il progetto. Il caso è nato a Bari, ma riguarda tutta la Puglia. Una società proprietaria di un palazzo per uffici, in una zona che il piano regolatore divide a metà tra terziario e residenza, ha chiesto di farne appartamenti. Non vuole aggiungere volumi né occupare nuovo suolo: vuole cambiare l’uso di ciò che esiste già. Il Comune ha detto no, ma la sentenza ha reso più difficile il diniego.
limiti e condizioni
La sentenza non trasforma ogni ufficio in un’abitazione. Restano i requisiti degli standard minimi di parcheggi, verde e servizi, nonché il rispetto delle norme su sicurezza, igiene e risparmio energetico. Il Comune conserva la propria discrezionalità e può ancora negare il cambio d’uso, ma deve motivare la scelta sulla base delle condizioni reali della zona e degli standard disponibili.
La decisione della Corte costituzionale ha reso più flessibile il quadro normativo per i Comuni. Chi ha ricevuto un diniego di recente può presentare un ricorso al TAR entro sessanta giorni, e la sentenza della Consulta offre un argomento difficile da ignorare. Se il termine è scaduto, si può presentare una nuova domanda. Se anche questa venisse respinta, si potrebbero impugnare insieme il nuovo diniego e la delibera su cui si fonda.
Un’alternativa meno conflittuale è chiedere al Comune di riesaminare la propria delibera alla luce della pronuncia. La vicenda non è chiusa. Il fascicolo torna al TAR, che dovrà decidere il caso concreto e fare i conti con il precedente del Consiglio di Stato. Il principio però è ormai fissato dalla Corte costituzionale. La sentenza ha aperto nuove porte per i proprietari che desiderano trasformare uffici in abitazioni, ma non elimina del tutto le restrizioni. I Comuni mantengono la loro discrezionalità, ma devono motivare i dinieghi in modo più coerente con le condizioni reali. Per molti, questa decisione rappresenta un passo avanti verso la riqualificazione degli immobili inutilizzati e la riabilitazione delle aree urbane.



