Max Cavallari, fotogiornalista e membro dell’Ong SOS Humanity, ha portato al Festival della Fotografia Etica di Lodi il progetto Acquaintance, un racconto visivo della sua prima missione a bordo di una nave umanitaria nell’autunno del 2022, poco prima dell’insediamento del governo Meloni. Le fotografie, che espongono le relazioni e le emozioni di chi attende soccorso in mare, raccontano una realtà spesso nascosta, dove le persone si incontrano e si conoscono in modo superficiale ma intenso. Cavallari, nato in un piccolo paese in provincia di Cremona, ha trovato nel fotogiornalismo un modo per raccontare le storie di chi fugge, e per lui, il Festival è stato il primo incontro con questa professione, all’età di sedici anni.
Conoscenze superficiali e profonde
Acquaintance significa “conoscenza”, ma non nel senso tradizionale. Per Cavallari, è una relazione che si forma in un ambiente chiuso, come una nave di ricerca e soccorso, dove le persone si incontrano, si scambiano emozioni e si creano legami forti, ma che rimangono sulla superficie. «Non riesci mai ad entrare completamente all’interno, anche se ti sembra di farlo nel momento in cui sei in questo ambiente chiuso», spiega. Le foto raccontano questa esperienza, dove ogni incontro, ogni interazione, è un frammento di una vita a bordo, che non si può mai comprendere completamente.
Un mare di storie e di rischi
La missione a bordo della Humanity 1, tra il 22 e il 24 ottobre 2026, ha visto la nave effettuare diversi salvataggi, ritrovandosi con 179 persone a bordo. La nave è rimasta bloccata per oltre una settimana in attesa di ricevere l’assegnazione di un porto sicuro. In totale, erano più di mille le persone ad attendere su quattro navi, tra cui la Geo Barents di Medici Senza Frontiere e la Ocean Viking di SOS Mediterranée. A Catania, dopo gli sbarchi, circa quaranta persone vengono lasciate a bordo perché la loro condizione viene considerata “non emergenziale”. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi le definì “carico residuale”, e restarono ferme in banchina per giorni prima di essere fatte sbarcare.
Il lavoro di Cavallari non si limita alle immagini. «Si cerca in qualche modo di dare un punto di vista diverso, un po’ anche per un’utilità perché alla gente non interessano le immagini drammatiche, non stimolano più l’empatia», spiega. Il fotografo rifiuta la romanticizzazione del suo mestiere, sottolineando che il suo compito è documentare, essere sul posto e raccontare con i propri occhi. L’esperienza personale di Cavallari, come l’attacco della motovedetta libica sulla Ocean Viking nel 2025, lo ha reso consapevole del rischio che corre chi lavora in mare.
Un racconto diverso e necessario
Cavallari ritiene che il fotogiornalismo debba trovare una scala diversa per raccontare le immagini, al di là della persona che fugge in mare. «Fa riferimento all’“ennesima foto del bambino in braccio o della donna piangente”, che “buca lo schermo”, senza chiedersi se la persona ritratta sarebbe d’accordo a mostrarsi così», spiega. Il taglio delle immagini e del racconto si decide dopo, quando si sistema il materiale e si sceglie come parlare al pubblico. Una riflessione che rischia talvolta di portare all’autocensura, ma che, per Cavallari, è necessaria per capire quando un’immagine è davvero essenziale e quando aggiunge soltanto altro dolore.
A chi fa il suo mestiere, Cavallari consiglia di fare questa esperienza almeno una volta nella vita «perché qualcuno deve raccontare ciò che si cerca di tenere nascosto». Il lavoro di raccontare le storie di chi fugge, attraverso le fotografie e le parole, è un modo per non permettere che le esperienze di migrazione siano dimenticate o ignorate. Per Cavallari, il fotogiornalismo non è solo un mestiere, ma un dovere morale, un modo per dare voce a chi non ha voce.



