Il passaggio da una realtà concreta a un flusso di immagini digitali ha segnato un mutamento radicale nel rapporto tra l’uomo e il mondo. Da quando nel 2023 è nato su Reddit il meme del Will Smith che mangia gli spaghetti – un video generato con le prime versioni dei text-to-image, con tratti espressionisti, movimenti innaturali e forme grottesche in continuo divenire – il senso di uncanny valley ha iniziato a emergere come sintomo visibile di una crisi. Non era ancora la crisi vera e propria, ma ne era già il sintomo. L’immagine non umana del mondo, che ha smesso di imitare o sostituire la realtà, ha cominciato a dominare, perché il suo referente non è più il mondo, ma l’archivio delle immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza passare mai dal reale.
La crisi dei dati e l’algoritmo come questione geopolitica
La parola algoritmo è diventata centrale nel dibattito culturale e si è trasformata in una questione geopolitica quando nel 2018 è scoppiato lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica. Il furto dei dati personali di oltre ottanta milioni di utenti e la loro profilazione, attraverso lo studio delle interazioni sui social, al fine di influenzare elezioni politiche e referendum cruciali, come quello che aveva portato alla Brexit due anni prima, ha messo in luce i rischi del controllo dei dati. Il sistema di raccolta e analisi dei dati ha rivelato una capacità di manipolazione che ha scosso il dibattito globale.
La stessa azienda che aveva confezionato le bolle filtro si ribattezza nel momento esatto in cui la letteratura chiede un nuovo spazio mentale per l’impensabile, e risponde, a modo suo, con un mondo del tutto immaginario da vendere. Questo è il segno di una società in cui l’immaginario ha preso il posto della realtà, e il desiderio di sopravvivenza immediata ha surclassato le priorità imposte dalla catastrofe climatica. Il flusso di immagini, che ha iniziato a dominare, ha trasformato il modo in cui le persone percepiscono il mondo, riducendo la realtà a un’esperienza filtrata e manipolata.
La mitologia condivisa e la crisi della classe media
Mentre il #MeToo ha portato all’arresto del produttore cinematografico Harvey Weinstein, ridisegnando il discorso sul genere come hashtag globale, sullo schermo il Marvel Cinematic Universe consuma la propria fase 3, costruendo una mitologia condivisa capace di tenere insieme un pubblico globale sempre più diviso su tutto il resto. Questo momento ha segnato un’altra fase del flusso di immagini, in cui la cultura pop ha trovato un modo per unire le persone attraverso un linguaggio comune.
Il Behemoth delle storie (2024), il complottista occupa una delle tante posizioni nello spettro indistinto in cui siamo tutti immersi – proprio come l’immagine sintetica non è più il falso da smascherare, ma una posizione nello stesso flusso indistinto di immagini vere. La reazione della società e del mondo dell’arte all’IA è individuabile un pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale evolve nella meraviglia per poi passare alla preoccupazione e approdare infine, dialetticamente, all’accettazione.
Un fronte non lineare, composto da una parte da veri e propri fabbricanti di disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla crisi della classe media che non ha superato il lutto della società della mediazione e ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che esista un senso umano al male del mondo. Per comprendere come si sia arrivati a questo punto bisogna guardare al passaggio dai social network ai social media. L’epilogo di questo viaggio nel passato recente è il quadro di un’epoca in cui l’immagine ha decretato la morte dell’immagine stessa, indisponibile ormai alla contemplazione perché parte di un flusso globale governato da un’oscura termodinamica, in cui il maggiore o minore calore non segnala altro in quale settore sta avvenendo l’estrazione violenta di dati mediante la cattura dell’attenzione.



