Schifani ha trovato il metodo perfetto per restare al potere in Sicilia. Dopo l’ultimo scandalo che ha coinvolto Gaetano Armao, ex vicepresidente della Regione e ex consigliere giuridico del presidente, il governo regionale ha annunciato un provvedimento anticorruzione che mira a trasparentizzare i rapporti tra funzionari, imprenditori e politici. L’obiettivo è rendere pubblici i dati degli incontri, dei tempi delle pratiche e delle decisioni prese, ma il provvedimento non ha portato a dimissioni né a un cambio di governo. Schifani, pur avendo annunciato di valutare le decisioni da assumere, ha preferito rimanere al potere, mettendo a rischio la Finanziaria e la pensione per i deputati al primo mandato.
Un provvedimento che non risolve nulla
La Giunta degli assessori sotto processo ha approvato un disegno di legge che prevede un Registro pubblico dei rappresentanti di interessi, un’Agenda degli incontri e l’obbligo di indicare partecipanti, finalità e procedimenti amministrativi interessati. L’obiettivo è rendere trasparenti i rapporti tra politici e imprenditori, ma il provvedimento non ha portato a un cambio di rotta. Schifani ha lasciato filtrare l’arma atomica: le dimissioni immediate, la caduta dell’Assemblea regionale e elezioni già a dicembre. Tuttavia, il presidente ha preferito rimanere al potere, anche se il provvedimento non ha risolto le tensioni interne al governo.
La presunzione di innocenza non basta
Per carità, il disegno di legge approvato dalla Giunta è persino sensato. Ma in politica il calendario conta quasi quanto il contenuto. Se approvi la legge sulla trasparenza il giorno in cui tutti aspettano le tue dimissioni per una sequenza di scandali, stai eseguendo un numero da prestigiatore. La mano destra mostra il Registro dei lobbisti. La sinistra nasconde le dimissioni. Applausi. Naturalmente vale la presunzione di innocenza. È sacrosanta. Armao non è stato condannato; la misura chiesta dalla Procura deve ancora essere valutata dal giudice e le sue responsabilità sono tutte da accertare. Ma non deve stabilire la colpevolezza penale; deve valutare responsabilità, opportunità, credibilità, permanenza negli incarichi.
La classe dirigente in fiamme
La crisi con Forza Italia è stata rinviata al vertice romano con Tajani e Minardo. Non risolta: rinviata. Che è l’attività amministrativa nella quale la Regione Siciliana vanta la maggiore esperienza. Schifani, in realtà, ha scoperto una forma estrema di potere: non la capacità di vincere, ma quella di far perdere tutti. Se si dimette, cadono i deputati, salta la manovra, si vota in fretta, si interrompono carriere, incarichi e soprattutto conteggi previdenziali. Se resta, costringe il suo partito a negoziare con un presidente che non vuole più ricandidare ma che non può accompagnare serenamente all’uscita. È la deterrenza nucleare applicata a Palazzo d’Orléans: «Io non sopravvivo, ma voi venite con me». E così il governatore che sembrava finito è ancora lì. Ferito, delegittimato, forse senza prospettiva per il 2027, ma ancora presidente.
Il pendolo non segna l’ora dell’addio
La situazione in Sicilia è diventata un caso di studio per la politica italiana. Schifani ha agitato le dimissioni non per andarsene, ma per ricordare agli altri quanto costerebbe mandarlo via. Il pendolo, dunque, non segnava l’ora dell’addio. Nello studio di Armao, secondo l’accusa, nascondeva le buste. A Palazzo d’Orléans nasconde la decisione. Oscilla da «sto valutando» a «andiamo avanti», dalle dimissioni alla trasparenza, dalla crisi al comunicato stampa. È il tempo dell’ammuina: tutti cambiano posto, così nessuno deve cambiare mestiere.
La politica in Sicilia è diventata un gioco di equilibri. Schifani, pur avendo annunciato di valutare le decisioni da assumere, ha preferito rimanere al potere, anche se il provvedimento non ha risolto le tensioni interne al governo. La crisi con Forza Italia è stata rinviata al vertice romano con Tajani e Minardo. Non risolta: rinviata. Che è l’attività amministrativa nella quale la Regione Siciliana vanta la maggiore esperienza.



