La Dda di Catanzaro ha deciso di impugnare l’assoluzione di Giuseppina “Giusy” Coco Trovato, nipote dello storico boss della ‘ndrangheta Franco Coco Trovato, nell’ambito del processo sulla mafia dei boschi. L’imputata, 41 anni, è stata assolta per l’accusa di associazione mafiosa, ma la decisione dei pm non è considerata sufficientemente motivata. Il giudizio di secondo grado avrà inizio il 13 gennaio davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro. L’inchiesta, nota come “Karpanthos”, ha portato all’operazione dei carabinieri contro le cosche dell’area presilana, con condanne per oltre tre secoli di reclusione nel primo grado.
Il ruolo della donna nel processo
La Dda sostiene che l’assoluzione non tenga conto dell’intervento decisivo della donna affinché Danilo Monti, ex convivente e pentito, interrompesse il percorso di collaborazione con la giustizia. Monti aveva fornito informazioni cruciali per l’avvio delle indagini, ma la sua collaborazione fu interrotta dopo che la donna, attraverso intercettazioni, cercò di dissuaderlo. In un colloquio intercettato, la donna aveva espresso un atteggiamento di disapprovazione nei confronti della collaborazione di Monti, dicendo: «Che il mio compagno abbia collaborato su quello che ha fatto ok, ma che abbia collaborato a 360 gradi, non lo permetto neanche ad una mosca di dirlo».
La discendenza e il background criminale
Giuseppina Coco Trovato è nipote del boss Franco Coco Trovato, noto per la sua attività criminale in Calabria e in Lombardia. Il padre di Giuseppina, Franco, era a capo del “locale” di Marcedusa, da cui dipendevano le cosche della Presila. Prima di trasferirsi in Lombardia, dove ha costruito la sua attività criminale, Coco Trovato era un riferimento per le cosche emigrate. Il suo legame con la ‘ndrangheta è stato confermato anche dal pentito Giuseppe Liperoti, genero del boss Nicolino Grande Aracri.
La donna, residente a Galbiate, ha un background familiare legato alla criminalità organizzata. La sua figlia, Giuseppina, ha sposato Carmine De Stefano, primogenito del boss Paolo De Stefano, un altro nome di rilievo nella criminalità calabrese. La sua posizione nel sistema mafioso è stata ulteriormente rafforzata dal suo legame con la cosca De Stefano, alleata strategica della ‘ndrangheta lombarda.
Le accuse e le contestazioni
La Dda sostiene che l’assoluzione non sia motivata adeguatamente e che la sentenza non abbia considerato l’effetto determinante delle azioni della donna nel dissuadere Monti dal proseguire la collaborazione. Secondo gli inquirenti, la donna avrebbe continuato a frequentare il gruppo di Cerva, da cui riceveva sostentamento economico, e avrebbe veicolato informazioni sulle rivelazioni di Monti. In carcere, Monti avrebbe consegnato a lei fazzolettini manoscritti con informazioni cruciali, che lei avrebbe poi diffuso tra i sodali. Il ricorso è stato presentato dai procuratori antimafia Salvatore Curcio e Veronica Calcagno. La difesa è rappresentata dall’avvocato Marco Bianucci del Foro di Milano. La Corte d’Appello dovrà riesaminare la posizione processuale dell’imputata e valutare se l’assoluzione sia stata giustificata in base ai fatti e alle prove presentate.



