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domenica 11 Ottobre 2026

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Cultura

Paolo Jannacci: “Le scimmie sono i miei pensieri negativi”

Paolo Jannacci parla del suo nuovo disco “Scimmie ovunque”, ispirato all’eredità di Enzo e alla capacità di affrontare la tristezza ridendo.

Paolo Jannacci ha rivelato che il suo nuovo disco, “Scimmie ovunque”, è nato da un lungo processo di riflessione e crescita, durato sei anni. L’album, che comprende undici canzoni, esprime una diffidenza verso il genere umano, a cominciare da sé stesso. «Le scimmie sono le mie debolezze, i miei pensieri negativi che si antropomorfizzano», ha spiegato, sottolineando come l’egoismo sia diventato un elemento centrale nella sua vita. «Quando vedo l’egoismo diventare fondamentale nella nostra vita penso: scimmie ovunque».

Un’eredità che vive nel presente

L’eredità di Enzo Jannacci, padre di Paolo, si sente forte nel lavoro del figlio. «Mio padre mi ha insegnato ad affrontare la signora Tristezza facendola ridere, fino a farla diventare una bella donna con cui poter parlare», ha ricordato. L’ironia, imparata in famiglia, è diventata un’arma per affrontare la tristezza e trasformarla in una forma di dialogo. «Uso ancora i suoi consigli, i suoi modi di dire. Alcuni non si sono mai esauriti e mi piace tenerli vivi nel mio approccio alla musica e alle cose», ha aggiunto.

Un mix di poesia e cronaca

Nel disco convivono poesia, cronaca, assurdo e groove, con una risata che può improvvisamente diventare amara. «Così nel disco convivono poesia, cronaca, assurdo, groove e quella risata che improvvisamente può diventare amara», ha spiegato. In “La faccenda dell’ammazzo”, una filastrocca dell’orrore racconta un mondo in cui «si ammazzan tutti come mosche, nel supermercato e anche alle poste». «Poi arriva una frase ancora più violenta: «Ti ho picchiata un lunedì ed era sera»», ha detto, aggiungendo che l’interpretazione di un assassino è una forma di denuncia verso chi compie atti di violenza.

Il brano “L’uomo nel lampo”, scritto con Stefano Massini, nasce da una collaborazione nata nel contesto di “L’officina delle storie”. «Il brano diventò una riflessione sulle morti sul lavoro e arrivò anche al Festival di Sanremo, ospite di Amadeus», ha raccontato. «Non volevo che rimanesse nell’oblio del web e l’ho messo nel disco». A Sanremo Jannacci avrebbe voluto tornare anche con questo progetto, ma non ha avuto riscontro e ha deciso di pubblicarlo comunque. Del Festival continua ad amare soprattutto una cosa: il palco. «Puoi avere mille sovrastrutture intorno e tutti possono dirti come cantare o come vestirti. Alla fine, però vince lo spettacolo. Conta quello che fai e il messaggio che riesci a far passare», ha concluso. Sei anni per arrivare a queste undici canzoni e capire che le scimmie personali forse non si possono eliminare. Tanto vale farle cantare.

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