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martedì 13 Ottobre 2026

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Il conto intergenerazionale e le sfide del debito pubblico in Italia

L’Italia introduce la valutazione di impatto generazionale per ridurre squilibri tra generazioni.

L’Italia ha introdotto la valutazione di impatto generazionale (Vig) per analizzare gli effetti delle politiche pubbliche su giovani e future generazioni. Questa misura, introdotta con la legge 167 del 2025, mira a rendere visibili i costi e i benefici delle scelte legislative, evitando che i giovani siano penalizzati da decisioni economiche e sociali. Il tema è diventato centrale in un contesto in cui il debito pubblico italiano è al 138,9 per cento del Pil, il secondo livello più alto dell’Unione Europea.

Un debito che pesa sulle nuove generazioni

La Vig non è solo un adempimento formale, ma un strumento per comprendere come le politiche pubbliche distribuiscono opportunità e rischi tra le generazioni. Il problema emerge quando i costi sono certi, mentre i benefici sono temporanei. Ad esempio, nel 2023 l’Italia destinava all’istruzione il 4,1 per cento del Pil, contro il 4,7 per cento dell’UE, e alla ricerca e sviluppo l’1,37 per cento, contro il 2,26 per cento europeo. Questo squilibrio si riflette anche nell’accesso alla casa: i giovani italiani lasciano la famiglia d’origine a 30,2 anni, contro i 26,3 dell’Unione.

Le disuguaglianze si trasmettono attraverso il credito. Il rapporto tra mutuo e valore dell’immobile è prossimo al 70 per cento, e per chi ha redditi discontinui, l’anticipo dipende spesso dal patrimonio familiare. Nel 2022, oltre metà delle famiglie non aveva risparmiato nulla, mentre il 10 per cento più ricco deteneva il 52 per cento della ricchezza netta. Questo fenomeno rischia di amplificare le disuguaglianze, trasmettendole da una generazione all’altra.

Le esperienze internazionali e le sfide italiane

Le esperienze europee mostrano che questi strumenti sono fattibili, ma non ancora sufficienti a produrre politiche migliori. In Austria, il Jugend-Check è integrato nella valutazione regolatoria e le previsioni ex ante sono confrontate entro cinque anni con i risultati effettivi. In Germania, un organismo indipendente ha esaminato oltre 500 proposte tra il 2017 e il 2024, rendendo visibili anche effetti non intenzionali.

La Vig deve partire da quattro domande: chi riceve il beneficio, chi ne sostiene il costo, in quale momento e rispetto a quale alternativa. Occorre distinguere breve, medio e lungo periodo, stimare gli effetti intenzionali e quelli indiretti, e confrontare la misura con uno scenario senza intervento. Indicatori su reddito, lavoro, istruzione, casa e ambiente devono essere affiancati dai flussi fiscali: imposte pagate, trasferimenti ricevuti, debito aggiuntivo e investimenti che accrescono il patrimonio pubblico.

Per l’Italia, la Vig dovrebbe diventare il primo livello di un vero bilancio generazionale: una lettura periodica di come spesa, entrate e riforme distribuiscono risorse e rischi tra coorti, non un giudizio isolato su ciascuna norma. Servono criteri comuni, dati aperti, consultazione delle organizzazioni giovanili, pubblicazione delle valutazioni e un controllo a posteriori. L’Osservatorio nazionale, istituito il 30 settembre 2026, deve poter segnalare analisi insufficienti e il Parlamento dovrebbe usare la Vig anche per valutare gli emendamenti. Non si tratta di contrapporre giovani e anziani, né di mettere in discussione la protezione di chi ha concluso la vita lavorativa. Il vero conflitto non è tra generazioni, ma tra consenso immediato e investimenti di lungo periodo. Un paese che protegge il presente consumando il futuro non tutela nessuna generazione: rinvia il momento del conto.

  • La Vig è un strumento per valutare gli effetti delle politiche su giovani e future generazioni.
  • Il debito pubblico italiano è al 138,9 per cento del Pil, il secondo livello più alto dell’Unione.
  • Le disuguaglianze si trasmettono attraverso il credito e il patrimonio familiare.
  • Le esperienze internazionali mostrano la necessità di valutazioni pubbliche e verifiche successive.

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