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mercoledì 14 Ottobre 2026

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Cattolici e evangelici insieme: “Strappare le madri ai figli tradisce la Scrittura”

Cattolici e evangelici chiedono unità contro espulsioni negli Usa, richiamano dignità e famiglia.

Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, cattolici e evangelici firmano una dichiarazione comune sull’immigrazione, chiedendo unità e solidarietà in un momento di forte aumento di espulsioni e separazioni di famiglie. Il 14 ottobre 2026, mons. Brendan Cahill e il pastore Walter Kim, rispettivamente presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale degli Stati Uniti (Usccb) e presidente della National Association of Evangelicals (Nae), hanno lanciato un appello radicato nella tradizione cristiana, che unisce due tradizioni spesso distanti. La dichiarazione, intitolata A Call for Christian Compassion and Wisdom in the Immigration Debate, si basa su tre verità della Scrittura: la dignità della persona, la famiglia e il ruolo dello Stato.

Unità in un momento di divisione

La dichiarazione sottolinea che la sua unicità non sta nel contenuto, ma nella chiara unità tra cattolici e evangelici in un momento di tensione. “La loro paura è la nostra paura, le loro lacrime tocca a noi asciugarle”, scrivono i firmatari. La dichiarazione arriva in un contesto di forte aumento di espulsioni, dopo che il governo federale ha revocato le protezioni legali a diversi gruppi di immigrati. A pagare il prezzo più alto sono le famiglie con componenti dallo status migratorio diverso, esposte alla minaccia della separazione.

La dignità della persona e la famiglia

La prima verità della Scrittura, su cui si fonda la dichiarazione, è la dignità di ogni persona, che prima ancora di essere immigrata o nativa, regolare o irregolare, è creatura di Dio. “Questa dignità viene da Dio, non dal governo, e nessun potere terreno può cancellarla”, affermano i firmatari. Da Rut la moabita fino a oggi, ricordano, gli immigrati “possono portare rinnovamento” alle comunità che li accolgono, e per questo deplorano gli approcci che mettono i cittadini contro i non cittadini.

La seconda verità è la famiglia, istituzione umana fondamentale da tutelare “nella legge e nella prassi”. I firmatari esprimono gratitudine alle forze dell’ordine, i cui agenti “portano anch’essi l’immagine di Dio” e spesso avvertono il peso di una “ferita morale” quando dovere e coscienza entrano in conflitto. Concentrare i controlli sulla “maggioranza pacifica e produttiva”, anziché su chi intende fare del male, non è un’espressione di Romani 13, ma un allontanamento da esso. La dichiarazione chiede al Congresso percorsi di regolarizzazione per chi vive da anni nel Paese. Circa un credente su dodici, negli Stati Uniti, rischia di perdere lo status legale o vive sotto lo stesso tetto di qualcuno che corre questo rischio. E la “grande maggioranza” di chi oggi è soggetto a detenzione ed espulsione è cattolica o evangelica.

I canali legali per ottenere la residenza permanente sono “estremamente limitati e fuori dalla portata dei più”, e “solo il Congresso” ha il potere di intervenire. La maggioranza di cattolici ed evangelici, ricordano i firmatari, sostiene una riforma che offra ai residenti di lunga data opportunità concrete di regolarizzazione. Tre le direttrici indicate: controlli mirati, proporzionati e umani, nel rispetto del giusto processo, limiti rigorosi alla detenzione degli immigrati non violenti, soprattutto bambini e famiglie, e percorsi legali sicuri ed efficienti per lavoratori, familiari e richiedenti protezione.

Il testo si chiude con un’invocazione: “Il Signore faccia di noi un popolo così, per un tempo come questo: capace di accogliere come siamo stati accolti e di amare come siamo stati amati per primi”. La dichiarazione, diffusa a Washington, richiama il motto e pluribus unum e i versi di Emma Lazarus incisi sulla Statua della Libertà, e invita le congregazioni locali ad aprire spazi di formazione e dialogo sull’immigrazione.

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