Le popolazioni di vertebrati si sono ridotte del 73 per cento negli ultimi cinquant’anni, secondo un report del WWF pubblicato il 14 ottobre 2026. L’indice, che misura il declino delle popolazioni di vertebrati tra il 1970 e il 2022, indica un calo significativo, con un impatto maggiore negli ecosistemi d’acqua dolce, dove le popolazioni monitorate sono diminuite in media dell’85 per cento. Il rapporto sottolinea la necessità di interventi mirati in tre settori chiave: agroalimentare, energetico e finanziario, per invertire la tendenza negativa.
Il declino più grave negli ecosistemi d’acqua dolce
Secondo il report, le perdite maggiori riguardano gli ecosistemi d’acqua dolce, dove le popolazioni monitorate sono diminuite in media dell’85 per cento. La causa principale è la distruzione degli habitat, spesso legata all’espansione agricola e all’inquinamento. In mare, il calo si ferma al 59 per cento, grazie a misure di gestione della pesca che hanno favorito il recupero di alcuni stock ittici commerciali. Tuttavia, specie come squali e razze continuano a diminuire a causa dell’insufficiente tutela, della pesca intensiva e delle catture accidentali. Le differenze regionali sono significative: in America Latina e nei Caraibi, il calo è del 95 per cento, in Africa del 80 per cento, mentre in Nord America si ferma al 28 per cento. In Europa e Asia centrale, il calo è del 23 per cento, ma va considerato che in Europa una parte della perdita degli habitat risale a secoli precedenti.
Le cause del declino e le soluzioni proposte
Il declino delle popolazioni di vertebrati è dovuto a diverse pressioni, tra cui la perdita e il degrado degli habitat, il sovrasfruttamento delle specie e il cambiamento climatico. Secondo una review basata su 163 studi scientifici, la perdita di biodiversità è causata in gran parte dal degrado degli habitat (30 per cento), seguito dal sovrasfruttamento (23 per cento) e dal cambiamento climatico (14 per cento). Il rapporto del WWF, intitolato The Science of hope, si concentra sulle possibilità di invertire il declino, partendo dai risultati già ottenuti con gli interventi di conservazione.
Circa la metà delle popolazioni monitorate è stabile o in aumento, anche se le perdite registrate nelle altre determinano un andamento complessivo fortemente negativo. Tra gli esempi di ripresa citati, la tigre selvatica ha visto un aumento del 70 per cento nel numero di individui tra il 2010 e il 2025, grazie alla protezione degli habitat e alla lotta al bracconaggio. Anche il tonno rosso dell’Atlantico e del Pacifico mostra segnali di ripresa grazie a limiti alle catture.
Nonostante i miglioramenti in alcune specie, il rapporto evidenzia che le attività economiche continuano a sostenere attività dannose per la natura. Il settore finanziario, attraverso investimenti e sussidi pubblici, contribuisce alla distruzione degli habitat, all’inquinamento e al cambiamento climatico. Nel 2023, i flussi finanziari destinati ad attività dannose per la natura hanno raggiunto i 7 miliardi di dollari, contro appena 220 miliardi investiti in soluzioni basate sulla natura.



