L’asse delle autocrazie, formato da Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, si rafforza attraverso la guerra, sfruttando le crisi per migliorare le proprie capacità militari e tecnologiche. Nonostante non esista un comando comune né accordi vincolanti, i quattro regimi collaborano per sviluppare sistemi di difesa e attacco, con la guerra in Ucraina e nel Medio Oriente come laboratorio di innovazione. La cooperazione, seppur bilaterale, ha assunto una dimensione strutturata, con Mosca che ha creato una forza militare dedicata ai droni, permettendo a tutti i membri di trarre vantaggio dalle esperienze e tecnologie condivise.
La collaborazione tecnologica tra i regimi
La storia dei droni russi è l’esempio più evidente di come la guerra abbia trasformato un semplice scambio di armi in un circuito di innovazione. I droni iraniani, venduti alla Russia per bombardare l’Ucraina, sono stati modificati in campo di battaglia per diventare più efficaci contro le difese ucraine, con componenti cinesi integrati per migliorarne le prestazioni. Queste tecnologie, sviluppate e testate in guerra, tornano a Teheran e a Pechino, permettendo a tutti i membri dell’asse di migliorare le proprie capacità. La Cina, ad esempio, ha ricavato informazioni preziose sulle prestazioni delle proprie tecnologie nei combattimenti reali, grazie all’esperienza accumulata dall’esercito russo.
La cooperazione non richiede un’identica visione del mondo, ma una convinzione comune che la potenza americana possa limitare, isolare e punire ciascuno di questi regimi. La Russia, ad esempio, ha aiutato la Corea del Nord a migliorare la produzione di droni sul modello degli Shahed, permettendo agli ingegneri nordcoreani di acquisire esperienza diretta. Al contempo, la Corea del Nord ha tratto vantaggio dall’esperienza russa, aprendo nuove opportunità per la sua industria militare.
Un’alleanza senza obblighi formali
Nonostante non esista un’alleanza militare tradizionale, con un comando integrato o obblighi di intervento reciproco, i quattro regimi continuano a difendere i propri interessi e a collaborare per rendere i loro partner più resilienti. La moderazione con cui i quattro Paesi evitano di combattere le guerre l’uno contro l’altro non è un segnale di indebolimento, ma una caratteristica distintiva del modo in cui funzionano queste partnership. La capacità di sostenersi reciprocamente senza esporsi troppo è uno dei loro punti di forza.
Washington dispone ancora di una superiorità considerevole in termini di risorse economiche e tecnologiche, capacità militari e numero di alleati. Però l’amministrazione Trump ha reso il resto dell’Occidente meno disposto a seguirlo nelle sue decisioni scellerate e improvvisate di politica estera. Anche l’uso di dazi come una clava per minacciare l’Europa e il Canada, e tutto il suo approccio transazionale alla diplomazia hanno eroso la fiducia negli alleati americani.
Per questo, i due autori di Foreign Affairs propongono una risposta diversa: Washington dovrebbe rafforzare le catene di approvvigionamento condivise, facilitare la circolazione delle tecnologie e aiutare gli alleati a sviluppare maggiori capacità di difesa. La partita tra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord non è solo una competizione per danneggiare le democrazie, ma una collaborazione strategica per sfruttare le conseguenze delle crisi aperte dagli altri. Non hanno bisogno di diventare un’alleanza compatta, né di combattere sempre insieme, basta che sappiano collaborare quando conviene, scambiarsi ciò che manca e sfruttare le opportunità offerte dalle crisi.



